di Michela Pierallini
Inizia la raccolta dell’uva! E iniziano i ricordi…
La mia prima vendemmia ha cambiato per sempre la mia vita. Avevo finito il liceo e mi ero iscritta all’università di Lettere a Firenze. Come tanti  studenti, ho sempre fatto qualche lavoretto durante la scuola per Vendemmia 2011comprarmi il superfluo, visto che il necessario me lo passava la casa. Non ho mai avuto paura di durare fatica. Il sano sudore mi ha sempre reso orgogliosa e d’altra parte non potrebbe essere diversamente dal momento che babbo, volutamente e a scopo didattico, non mi ha mai portato la cartella neanche alle scuole elementari. “Ognuno deve abituarsi a portare il proprio fardello”, erano le sue parole ricorrenti.
Vivrò accompagnata da un’immensa gratitudine verso i miei genitori. Ad ogni modo, abitando in campagna, non è stato difficile individuare l’azienda dove chiedere di poter far parte della squadra dei vendemmiatori. Mio nonno aveva lavorato lì come operaio agricolo ed era bravo e svelto. Io gli somiglio molto. Non mi sono mai divertita tanto!
Mi ricordo una vendemmia a colori, avvolgente di profumi, appiccicosa di mosto e zuccheri di trebbiano e malvasia, polverosa della terra arida, secca e argillosa della Toscana, nella zona del Chianti Montalbano. Filari lunghissimi che non finivano mai, salivano e scendevano e salivano di nuovo senza permetterti di vederne la fine. Il sole che picchiava sui cappelli di paglia, la camicia a maniche lunghe per non bruciarsi la pelle. Le canzoni a squarciagola e le risate. E le battute dei vecchi pensionati, puntuali e immancabili ogni anno, come se aspettassero soltanto la vendemmia. Maliziosi i vecchietti con i loro ammiccamenti mai sporchi, solo divertenti.
Si rideva e si lavorava, tutti all’unisono e ci si muoveva, tutti insieme. Non ricordo lamentele, ma risate, e lo sforbiciare a danze alterne, per non tagliarsi le dita l’un l’altro. Il tempo volava e si parlava e si tagliava e ci si conosceva. Allora sì, eravamo tutti una famiglia. Si divideva il pranzo, seduti sul ciglione di erba spelacchiata, all’ombra di qualche albero frondoso, un fico, un noce, una grande quercia. I vecchi avevano la gavetta con la pasta al sugo ancora calda, cucinata dalle mogli a casa, vestite a fiorellini col grembiule. Noi giovani si andava di panini, ma con la fame erano così buoni che mai li potrò dimenticare.
E le bottiglie di sangiovese e canaiolo passavano da una mano all’altra e si svuotavano e si riempivano i bicchieri. Che festa!
E ancora chiacchiere e magari un pisolino, con la tesa del cappello sopra gli occhi, appoggiati al tronco, giusto un minuto prima di ripartire. E dopo pranzo, un po’ a fatica ma sereni, si riparte tutti insieme e il tempo continua a volare e l’uva continua a brillare.
Acini succosi, sugosi, zuccherosi: non si possono mangiare perché ti appiccicano la bocca. Troppo caldo, meglio aspettare di avere finito e bere un sorso d’acqua. Se solo sapessi dipingere, nascerebbe una tela con i colori del cielo, del fuoco, dell’aria dei campi che ho  sempre respirato con gioia e con amore.

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A proposito dell'autore

Sono Michela, cos'altro posso dire? Se volete conoscere qualcosa di me, leggete i miei articoli, tra una riga e l'altra si capiscono molte cose. Scrivo perché ho bisogno di esternare le mie emozioni, di condividere le mie esperienze e di far conoscere le prelibatezze che mi entusiasmano. Sono una consulente di immagine e comunicazione per le aziende del settore enogastronomico. Mi prendo cura di tutto ciò che riguarda il web. In realtà sul web io mi diverto e faccio incontri strepitosi, come quello con Umberto Gambino che mi ospita su wining.it.Studi di agraria ed enologia alle spalle mi aiutano a comprendere la materia, il master in Reiki Usui mi permette di entrare in empatia con l'Anima del mondo. E' così che me la godo. Del vino apprezzo le vibrazioni positive e la storia che racconta, del cibo mi entusiasma il suo percorso, e l'armonia del gusto. Mi piace ridere e dire quello che penso. Ho finito. P.S. L'ho scritto che sono una toscanaccia? Ecco, ora l'ho scritto

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