di Daniela De Morgex
Si potrebbe meglio definire non un incontro di degustazione , ma un incontro di anime , di progettualità realizzate, di passioni intraprendenti. Un incontro di conoscenza di territori e di vini attraverso le persone che li hanno amati.

Rocco Toscani – Azienda Agricola Oliviero Toscani OTWine (Toscana)
Valentina Di Camillo – Tenuta I Fauri (Abruzzo)
Elena Fucci – Azienda Elena Fucci (Basilicata)

Sono stati loro i 3 IGT , I Tre Giovani Terribili nella migliore delle accezioni, protagonisti di uno dei consueti appuntamenti di degustazione FISAR presso l’Hotel Sheraton Eur di Roma. Ascoltare le loro vite, le loro esperienze, i loro desideri è stato piacevole, emozionante, divertente così come i loro vini, vini che li hanno decisamente ben rappresentati.

Oliviero Toscani OTWine
Rocco gestisce l’azienda di famiglia a Casale Marittimo (PI), vicino la collina di Bolgheri, appena fuori dell’area DOC, ma, come lui ama precisare, situata a 350 metri s.l.m. alla stessa altezza della prima vigna di Sassicaia. Decisamente un luogo magico.
Parliamo di 12 ettari vitati a Syrah, Petit Verdot, Cabernet Franc e Teroldego. Altri 140 ettari tra coltivazione di ulivi, bosco e allevamenti di piccioni viaggiatori e simpatiche cinte senesi, raccontati con la pungente ironia toscana e l’indiscutibile qualità fotografica a firma Toscani. Una carrellata di tutta la famiglia , effettiva e professionale, ci ha rivelato la realtà di questa azienda, progettata alla fine degli anni 80, sulle Colline Metallifere.

Dall’unione del nome dei suoi due figli, Luce e Romeo, nasce il Lumeo 2015, uno dei due vini in degustazione: un Syrah fermentato in anfore di terracotta e cocciopesto (scelta operata insieme all’enologo Attilio Pagli), di un bel rosso rubino dai riflessi violacei, un naso di frutto rosso croccante e immediato e di pepe nero, dai tannini equilibrati e morbidi e di bella persistenza. Macerato per 5-6 mesi sulle bucce, poi svinato e rimesso in anfora per altri 6 mesi, il Lumeo è prodotto in sole 2000 bottiglie numerate a mano. Un vezzo.
Ne risulta un vino piacevole alla beva già dopo un anno, ma con belle potenzialità sul lungo termine.

Degno compagno del piccione ripieno arrosto, ovviamente solo di quello che non abbia fatto il suo dovere come viaggiatore… ! E sì, perché “l’ultimo giorno di vendemmia si mangia piccione e si sta tutti insieme”.

La sorpresa è invece il Lolì, un ancestrale da Syrah di cui si è assaggiata l’anteprima della seconda annata (2018): vendemmia verde ed un mosto fiore che inizia la fermentazione in acciaio e la continua in bottiglia. Di un accattivante color rosa salmone, con un fresco sentore di fragola e rosa, leggero ed immediato, di pura convivialità da bersi nella bella stagione, scalpitante come il cavallo alato in etichetta. Un prodotto che ben rappresenta Rocco, che per tradizione familiare ama sorprendere e non uniformarsi necessariamente a rigidi disciplinari.

Tenuta I Fauri
E’ Valentina Di Camillo che ora si racconta. Asciutta, nervosa, concentrata, puntuale nel suo descrivere la storia di famiglia a cui si vede tiene parecchio. Un cosa preziosa, la sua azienda, che presenta con umiltà e orgoglio. 
L’azienda I Fauri, gestita da lei e dal fratello enologo, è alla terza generazione, in una zona di grandi produzioni vinicole, la provincia di Chieti. Sono 30 ettari dislocati in 7 appezzamenti su 6 diversi comuni che si distribuiscono da Francavilla al Mare fin verso la Maiella, nell’entroterra, con una notevole diversificazione di tipologia di terreni, ma proprio questo è il punto forte della bella azienda di Ari.

In Abruzzo esiste il problema di un innalzamento eccessivo della temperatura durante l’estate e ciò rende necessaria una protezione fogliare delle uve contro le scottature solari. Pertanto in passato era diffuso il sistema a tendone che I Fauri hanno invece riconvertito prima in Casarsa (una via di mezzo fra il tendone ed il filare, ma con un’altezza di circa mt. 1,80 come per la pergola), poi in Guyot per poter usufruire dell’aiuto delle macchine. Ma la validità del tendone, in questa zona, si sta riproponendo a causa dell’estrema variabilità delle attuali stagioni, dal momento che è in grado di preservare l’uva sia dal troppo freddo sia dall’eccessivo umido, mantenendo una bella ventilazione.

Nei vigneti si coltivano Montepulciano, Pecorino, Passerina e un poco di Chardonnay, ma anche vitigni antichi come il Montonico e la Cococciola, scegliendo di lavorare il vino in cemento vetrificato  – una cosa da vignaioli “poveri”, come si diceva una volta, e Valentina dice: e noi lo eravamo…! – , ma che si sposa invece bene con le esigenze del Montepulciano che è un po’ aggressivo nei tannini, difficile da addomesticare.
Il cemento non sarà fashion, ma è adatto a lui !”

In degustazione un Pecorino d’Abruzzo DOC 2017. E qui Valentina racconta la sfida, il sogno. E spiega. Lo hanno reimpiantato 15 anni fa e lo trattano come un vitigno a bacca rossa, data la notevole concentrazione zuccherina e la grande acidità. Fa una prefermentativa in acciaio e poi malolattica in bottiglia. E questa è la sfida. 
Il sogno invece sarà riuscire a fare il Pecorino completamente in ossidazione, trattenerlo il più a lungo possibile in cantina e allungare l’affinamento in bottiglia. Perché il Pecorino è un vino di struttura, con un grado alcolico mai inferiore ai 13°. Le sue annate più difficili sono risultate essere quasi sempre le più interessanti sul lungo termine: l’acidità la fa da padrona all’inizio ma poi si riassesta e tutto si riequilibra. Insomma, non è un vino da aperitivo.

Per la seconda degustazione ha invece portato il suo Ottobre Rosso Montepulciano d’Abruzzo DOC 2017, che fa una fermentazione un po’ più lunga delle classiche per il Montepulciano (circa 15 giorni). Al naso una gran bella visciola e in bocca grande accoglienza a causa di un non totale svolgimento degli zuccheri (ma sempre sotto il grammo). Un ancora giovane Montepulciano, ma tanto piacevole.

Valentina Di Camillo ha voluto poi chiudere col racconto di una tradizione di casa, ma forse tipica anche della sua zona, il rituale del vino cotto. Viene fatto l’ultimo giorno della vendemmia, quando si cuoce il mosto in un calderone sull’aia, riducendolo fino alla metà: lo si usa nella preparazione di dolci o, con l’aggiunta di mosto fresco, per ottenere appunto il vino cotto. Messo in caratelli, lo si lasciava pure invecchiare. 
Una volta si dedicava il vino cotto alla nascita di un figlio per poi spillarlo il giorno del suo matrimonio. Ma il padre di Valentina non è stato con la figlia femmina così paziente … e lei, ironizzando, se ne è fatta una ragione.

 

Elena Fucci
Il  Vulture è un vulcano spento. Elena Fucci no.
Una forza della natura, una donna determinata a valorizzare al meglio la sua azienda e ancor più la sua zona di origine e di vita quotidiana. Ed infatti, comincia a descriverla con enfasi innocente, quasi a voler preparare bene l’astante a ciò che di più bello lei sia di lì a poco per presentare. Ed inizia.

La Doc Aglianico del Vulture comprende 16 comuni della provincia di Potenza. I terreni sono pertanto vari, ma tutti di natura vulcanica. Si distinguono in sezione trasversale lo strato ferroso, quello di lava, quello di lapilli. Il Vulture ha sette punte, sulla più alta (a 1326 metri) è situata Barile, zona vocata all’Aglianico, insieme a Menfi e Venosa. Si tratta di superfici vitate molto estese. 

A 600 metri. sono situati due laghi, i Laghi di Monticchio: dei due il più piccolo è il cratere originario, che è verde smeraldo a causa delle continue emissioni di gas e che pertanto non ha fauna. Dalle rive del lago iniziano i boschi che si inerpicano in salita, ma siamo comunque nell’attuale cratere del vulcano spento.

Elena ha “fotografato” verbalmente la location del racconto. Ed ora, come fosse una zoomata, stacca dalla panoramica e si concentra sul particolare: 6 ettari di viti di 60/70 anni, un unico cru intorno alla sua casa e alla sua cantina. Ed un’unica etichetta, Titolo, dal nome della zona che è Contrada Solagna del Titolo, a Barile. Una totale produzione propria che in passato era stata usata solo per la vendita. E lei, Elena, prima di tre figlie, diplomata nel 2000 ed affatto interessata all’attività di famiglia.

Ma la decisione del padre Salvatore di mettere allora tutto in vendita, casa di famiglia compresa, le fece mutare idea, laurearsi in Enologia ed intraprendere questa bella avventura, nella realtà non facile di un paese del Sud di 1500 anime e con diverse preclusioni verso le donne. Dal 2000 al 2015 la cantina è stata ristrutturata e di molto ampliata, utilizzando i principi della Bioarchitettura (unica nel Meridione!) e del risparmio energetico. 

Quest’anno l’azienda Elena Fucci festeggia 20 anni di attività ed Elena è felicissima della sua scelta di un tempo. Facciamo un passo indietro e vediamo meglio le caratteristiche del territorio di cui stiamo parlando. Il terreno vulcanico ha la peculiarità di essere ricco di nutrienti ma, essendo sabbioso, anche di perdere molto velocemente l’acqua in superficie che viene drenata in profondità verso gli strati argillosi che invece la trattengono. Il Vulture non a caso è ricco di acque minerali. 
Le viti allora vengono piantate in file molto vicine in modo da creare competizione fra le radici e costringerle a dirigersi in profondità, dove troveranno appunto l’acqua che cercano evitando così lo stress idrico estivo. E’ per questo che qui, grazie ad una sapienza contadina antica, il sesto d’impianto è da sempre di quasi 10.000 piante/ettaro.

Altra particolarità dell’area è il lato sud-est della montagna, quello della colata lavica per intenderci: di solito al Sud questo orientamento non è mai auspicabile per la coltivazione, ma qui si fa eccezione perché sul Vulture esiste un’escursione termica notevole e la neve d’inverno è sempre presente. Di conseguenza i migliori cru di Aglianico si trovano proprio su questo versante e le viti sono a Guyot in alto e a cordone speronato più in basso, ma mai ad alberello come è tipico nel Meridione.

Inoltre Barile è un paese di origine greco/albanese, dove si parla ancora il dialetto Arberesche e se ne mantengono le tradizioni. Una di queste è l’allevamento a capanno, una sorta di guyot con però due capi a frutto, una canna di sostegno e il tutto tenuto assieme da ginestra e salici. Si tratta di una forma laboriosa, conosciuta ormai  soltanto da pochi, fra cui il nonno di Elena, capace però di proteggere i grappoli, al suo interno, dal troppo sole o grandine  lasciandoli ventilati.

Il suo vino è un “unicum”. Si chiama Titolo e lo ha portato in degustazione nelle annate 2015 e 2016. La prima è stata un’annata eccellente per tutto il Vulture, mentre la seconda, quella ora in commercio, è stata più fresca e quindi il vino ha grande acidità e verticalità. Stesso affinamento, ma tanta differenza di carattere.

Rocco Toscani, Valentina Di Camillo ed Elena Fucci

L’Aglianico è un vitigno tardivo di IV epoca, si vendemmia cioè ad ottobre/novembre sul cratere e ad ottobre in basso, ma mai prima del 10 del mese. Ha una tannicità che si controlla direttamente in vigna con la degustazione delle uve per stabilirne la giusta data di vendemmia, poi raccolte a mano e subito in diraspapigiatrice.

Elena le fa sostare in acciaio per 2 giorni e, arrivando fredde, fanno così una premacerazione a freddo naturale. Dopo la fermentazione alcolica, svinatura al massimo di 15 giorni, pressa soffice, assemblaggio, prima sfecciatura e barrique un po’ più piccola a doghe spesse (per aumentare la zona di contatto con la microssigenazione) per 12 mesi, metà di primo passaggio e metà di secondo. Assemblato di nuovo in acciaio, viene imbottigliato tutto in un’unica soluzione, con una produzione di circa 25/30.000 bottiglie.

Qualche dettaglio sulla buccia dell’Aglianico. Per Elena è un fattore molto importante: è spessa ma croccante, cioè tende a frantumarsi minutamente, producendo molta feccia e sentori di ridotto. Per cui la sua lavorazione punta proprio ad eliminare la parte amara che sarebbe altrimenti preponderante e che è stata purtroppo la sua caratteristica per tanto tempo nel passato, quando era considerato solo come un vino da taglio per il Nord.

Per questo ama Elena definire il suo vino “moderno ma non modernista”.
E non sopporta proprio che lo si definisca, come spesso accade, “il Barolo del Sud”!
Mai come in questa occasione di degustazione sarebbe azzeccato dire che il vino assomiglia proprio a chi lo fa …   ;-))

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