di Silvia Parcianello
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Una bellissima festa. Questo il primo ricordo che affiora ripensando a mente fredda alla giornata di sabato 15 ottobre a Montecatini, giorno in cui è stata presentata al pubblico la nuova guida Slow Wine 2017.  Il lavoro di Fabio Giavedoni e Giancarlo Gariglio,  ideatori e curatori del progetto Slow Wine. è quanto meno sui generis nell’ormai vastissimo mondo delle guide ai migliori vini in circolazione. Lo scopo del gioco non è tanto premiare i migliori, che poi giustamente vengono riconosciuti, ma raccontare e conoscere le cantine, i produttori, le emozioni e il lavoro in vigna. Esaltare il territorio, che è la nostra ricchezza oltre che la nostra fonte di vita.

Amo ripeterlo all’infinito ai malcapitati a cui faccio lezione: in un calice di vino si bevono cultura e territorio, non solo acqua, alcool e polifenoli. E nessun vino potrà essere capito e apprezzato fino in fondo senza uno sguardo al territorio da cui proviene. Non a caso, per avere il massimo riconoscimento Slow Wine, la chiocciola o il premio di vino slow, da quest’anno è necessario non utilizzare diserbanti chimici in vigna. Può sembrare una piccolezza o una mania da snob amanti del biologico. Non lo è. Il mancato utilizzo di sostanze chimiche, se il territorio lo consente, esalta le caratteristiche del prodotto: in poche parole l’uva avrà aromi più puri, che non derivano da fattori esterni a clima e territorio. Il fatto stesso che da quando esiste Slow Wine la richiesta di certificazione biologica da parte delle aziende sia aumentata del 50% è significativo.

Una magnifica festa, dicevo. Nelle quattro ore dedicate alla degustazione, insieme alla collega Fisar, Patrizia Loiola (nella foto di copertina insieme a me), presso le Terme Tettuccio di Montecatini ho accumulato una serie di ricordi festosi, eccone alcuni.

 

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Il sorriso di Nicos Brustolin, produttore di Vidor (TV), nel pieno della zona eletta del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg, premiato come vino quotidiano per il suo Col Fondo 2015, particolare tipologia di Prosecco rifermentato in bottiglia, fresco e avvolgente, di grande carattere e perfetto con molti piatti. Da brava trevigiana però mi viene in mente un gustosissimo panino con la soppressa.

img-20161024-wa0003Due grandissimi Soave, il Monte Carbonare di Suavia e il Calvarino di Pieropan, la massima espressione dell’uva Garganega. Potente nella sua freschezza Monte Carbonare, non a caso premiato come grande vino, con note di melone invernale e lime ben intrecciate a pietra focaia e liquirizia. Al palato prevale il sentore di minerale che si sposa benissimo con dei crostini al baccalà mantecato.

 

Calvarino, a cui è andato il massimo riconoscimento di vino slow, è invece più floreale e fruttato, profuma di sambuco e di pera, al palato è fresco e agrumato, con nota minerale ben bilanciata. Perfetto per i primi piatti di verdure, anche con quella  brutta bestia nell’abbinamento che sono gli asparagi. img-20161024-wa0009La signora Teresita Pieropan ha con sé anche un Amarone di ottima fattura, dai pochi fronzoli e dalla beva piacevole.

Restando in tema di Amarone non posso non ricordare l’Amarone della Valpolicella Classico 2008 di Bertani, altro grande vino, elegantissimo, in cui la frutta rossa matura si mescola con note balsamiche e di terra regalando una beva di rara intensità, tanto che sembra strizzare l’occhio a certi vini della Borgogna. Grande pulizia invece per un altro vino slow, l’Amarone della Valpolicella Classico 2012 di Nicola Ferrari, giovane anima di Monte Santoccio, azienda premiata con la chiocciola, che cerca (e trova) una beva verticale e accattivante.

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Uscita dal Veneto non posso non ricordare la Vernaccia di Oristano 2009 della Famiglia Orro. Vino Slow rarissimo e particolare, ottenuto dalla fermentazione e dall’affinamento in botti scolme, come si fa a Jerez de la Frontera. La nota di ossidazione, noce e mandorla amara, dona una complessità rara e il finale di arancia candita  mi accompagna a lungo e parla di pecorini sardi, porceddu e seadas.

 

 

Dalla Sardegna all’estremo Nord-est. Mateja Gravner porta con sé la Ribolla 2008, vino Slow. Un vino orange che non scopro certo io: la Ribolla di Josko Gravner, unico tra i grandi vini bianchi, senza dubbio il migliore al mondo nel suo genere. Aromi di albicocca disidratata, terra e minerali del terroir da cui proviene. Indimenticabile.img-20161024-wa0012

Mi sposto verso la zona del Piemonte, è già tardi! Adoro il nebbiolo e trovo una magnifica interpretazione nel Barbaresco Montestefano 2012 di Serafino Rivella, a cui è andato il massimo riconoscimento di vino Slow. Il naso travolge di rosa e viola a confermare la nobiltà del vitigno nebbiolo, il sorso è armonico, austero e molto persistente. Non si potrebbe chiedere di più. Segnalo anche un emozionante Barolo, il Cannubi 2008 di Giacomo Fenocchio, da uve 100% Nebbiolo delle sottovarietà Michet e Rosè, floreale ma soprattutto inaspettatamente speziato e con un finale alla liquirizia. Intrigante.

La chiudo qui e un po’ mi scuso con coloro che non ho citato. Quattro ore sono un intervallo di tempo esiguo per poter assaggiare e onorare degnamente i prodotti che i collaboratori di Slow Wine hanno selezionato tra i migliori d’Italia e, dal 2017, anche del Collio Sloveno.

Non ci resta che dar retta alla Guida e programmare qualche visita in cantina per assaggiare, conoscere e acquistare.

www.slowfood.it

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A proposito dell'autore

Silvia Parcianello

Trentasei anni, trevigiana, capelli rossi e lentiggini, tendenza all'anticonformismo. Sommelier Fisar dal 2010, dal 2012 collaboro anche con la guida "Ristoranti Che Passione". Una laurea in giurisprudenza e un lavoro in banca sono riusciti, solo in parte, a darmi rigore perché in ogni cosa cerco piacere ed emozione. Sia questo istruire un mutuo, degustare un vino, sfinirmi in piscina e dare il massimo in una gara di nuoto, provare e recensire un ristorante. O scrivere un pezzo per Wining. Il cibo e il vino sono per me sentimento, nutrimento, passione. Amo i sapori decisi, le grandi acidità e le grandi dolcezze, i piatti tradizionali con pochi artifici, i prodotti di stagione e del mezzogiorno d'Italia. In casa mia è difficile trovare un pomodoro a dicembre, non fosse altro perché sa di plastica. Si racconta che cucini piuttosto bene, ma solo per chi amo . Se sento il bisogno di nutrire una persona invitandola a cena significa che mi è entrata nel cuore. Nell'era del web e dei social resto legata alle sensazioni, che spero di riuscire a trasmettere con foto e scritti. Perché per me la gioia più grande è emozionare.

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