di Umberto Gambino
Amarone_uvaPrendete un grande vino rosso del Nord Est. Anzi, il più nobile dei vini rossi del Nord Est. Facile scoprirne il nome. Versatelo in un bel calice ampio, ammiratelo, annusatelo con la dovuta attenzione e poi bevetene uno, due, tre piccoli sorsi. Mai esagerare! Un fantastico vino rosso, se è buono davvero, non richiede di berne grandi quantità. Lui, quel nettare nel calice, è l’Amarone della Valpolicella, rosso Docg (dalla vendemmia 2010), perla delle vallate veronesi. Un vino che può competere ad armi pari con altri illustri rossi dell’enologia nazionale: parliamo di Brunello di Montalcino, Chianti, Barolo tanto per citare i nomi più famosi a livello internazionale.

Fin qui la premessa. Passiamo ora ad una piccola lezione di comunicazione e marketing. Riprendete l’Amarone, grande vino rosso, frutto della nostra tradizione enologica, e pensate a come promuoverne il “brand, soprattutto all’estero. Il “brand”, per chi non fosse avvezzo ai termini anglofoni, significa “marchio”. Un “brand” deve essere facilmente riconoscibile, identificabile, dovrebbe vantare una bella storia e anche un luogo di provenienza certo. E poi (il che non guasta affatto) fare tendenza. Nel mondo del vino, sappiamo benissimo che le nostre denominazioni di origine, così arzigogolate e complicate sono quelle che funzionano peggio, soprattutto con gli stranieri. Al contrario, nomi e toponimi semplici, funzionano alla grande: per esempio, la Doc Etna che identifica l’area geografica del  vulcano più famoso e più importante d’Europa, sfrutta al massimo la dote offerta dal toponimo del monte per tirare la volata ai vitigni e ai vini prodotti sulle pendici del cratere. Risultato? Da almeno una decina di anni (leggi alla voce “moda e tendenze”) c’è la corsa ad acquistare anche un piccolo ettaro di terreno coltivabile a vigneto sull’Etna.

Ritorniamo al Nord Est. Identificare con precisione il vino Amarone ai fini della valorizzazione del brand, richiede qualcosa in più. Per fortuna la città di Verona gode di fama turistica internazionale, sia per l’Arena sia perché è la città di Giulietta e Romeo. Poi anche per la sua vicinanza a Venezia, amatissima in tutto il mondo e capoluogo di regione. Ma convertire tutto questo in chiave essenzialmente enologica non è semplice. Ecco perché il nome “Amarone” va sempre di pari passo con “Valpolicella”, territorio di appartenenza dei vigneti e area di origine dei vini e delle aziende vinicole. Ma l’equazione va spiegata bene, soprattutto all’estero e non è di facile comprensione, come nell’esempio Etna.

Tornando al “confronto” Veneto-Sicilia, mi piace ricordare che dal 2012 esiste una Doc (oggi Dop) Sicilia, finalizzata a mettere insieme la stragrande produzione dei vini a D.O. dell’isola per farli riconoscere più facilmente sui mercati internazionali: un’idea che ha permesso di aggiungere la parola magica “Sicilia” a tante piccole Doc esistenti altrimenti poco riconoscibili al di fuori della stessa regione. Bisogna ammetterlo: varare una Dop regionale per la Sicilia è stata un’ottima idea di comunicazione e marketing: si è poi venuto a creare, quasi spontaneamente, un gioco di squadra dei viticoltori isolani che oggi fanno blocco tutti insieme per promuovere e commercializzare nel migliore dei modi tutti i vini siciliani.

Ritorniamo in Veneto per constatare – cari lettori – che al Nord si sta, purtroppo, operando nella direzione esattamente opposta. Altro che gioco di squadra: qui l’Amarone della Valpolicella rischia di finire colpito e affondato, vittima di una guerra fra produttori (dello stesso vino eccellente) che dura da almeno due anni. Basta scorrere i titoli dei giornali e del web per rendersi conto: “duello”, “battaglia”, “guerra”, ai “ferri corti”, ma insomma! Cosa è successo?

Christian MarchesinivalpolicellaE’ di pochi giorni fa la notizia che il Consorzio di tutela dei vini Valpolicella – su input diretto del Ministero delle Politiche Agricole – ha avviato un’azione legale nei confronti dell’associazione denominata “Le Famiglie dell’Amarone d’Arte”. In concreto, le “Famiglie” – sostiene il Consorzio – non possono utilizzare il termine “Amarone” all’interno del nome “Le Famiglie dell’Amarone d’Arte”. Il motivo lo ha spiegato, direttamente a Wining, Christian Marchesini, presidente del Consorzio Valpolicella, che rappresenta l’80% dei produttori di Amarone: “Ci è dispiaciuto, ma dovevamo farlo. Abbiamo dei doveri nei confronti dei nostri associati e dei  consumatori e dovevamo anche tutelare la Denominazione Amarone della Valpolicella. Le Famiglie dell’Amarone hanno registrato il loro marchio, mediante un notaio, presso l’Uami, organismo dell’Unione Europea. A quel punto è stato necessario intervenire. Quel nome è fuori legge. Non si possono – prosegue  Marchesini – adoperare termini laudativi nei confronti di una Dop. Per fare un esempio celebre: nello Champagne non esistono “famiglie dello Champagne”. La denominazione “Amarone” risulta protetta dall’Unione Europea e può essere abbinata solo al termine Valpolicella, non ad altri”.

Non era proprio possibile un dialogo per evitare di intraprendere le vie legali? “Le leggi comunitarie non permettono che un privato o un gruppo vada ad utilizzare indebitamente una denominazione: in questo caso il termine Amarone è patrimonio di tutti”.

Sono seguiti passi formali: delle Famiglie fanno parte 12 aziende, 8 delle quali sono uscite dal Consorzio per evitare conflitti di interessi. Le altre quattro non ne fanno parte (Allegrini, Musella, Masi, Tedeschi). Il Consorzio della Valpolicella ha chiesto al tribunale delle Imprese di Venezia di procedere al fine di eliminare il nome “Amarone” dall’associazione delle “Famiglie”.

Al centro del contendere una produzione di Amarone della Valpolicella che oscilla fra i 13 e i 14 milioni di bottiglie annue. Oltre 60 milioni tutte le bottiglie del comprensorio (incluse le tipologie Valpolicella, Ripasso e Recioto) per un fatturato totale di 550 milioni di euro (oltre 350 milioni solo di vendite dell’Amarone). Perciò la posta in gioco è molto alta. Forse si vuol stabilire una supremazia economica e commerciale di alcuni produttori a discapito di altri? “Non possiamo permettere – precisa Marchesini che nella dicitura di un’associazione il nome di un vino debba apparire migliore rispetto ad altri colleghi che producono la medesima tipologia . Ecco perché abbiamo agito. Con i vini dei nostri associati e con quelli delle Famiglie siamo presenti negli stessi mercati e specie nel Nord Europa, si rischia di fare confusione. Se cambiassero il nome della loro associazione rientrerebbe tutto”.

amarone_familiesAllegrini_2La controparte del Consorzio sono le 12 aziende che si definiscono le “Famiglie dell’Amarone d’Arte”. Quali sono le 12 cantine associate? In ordine rigorosamente alfabetico: Allegrini, Begali, Brigaldara, Guerrieri Rizzardi, Masi, Musella, Speri, Tedeschi, Tenuta Sant’Antonio, Tommasi, Venturini, Zenato. Si sono costituiti in associazione nel 2009, per non “perdere la connotazione di vino esclusivo e necessariamente costoso, data l’originalità e l’artigianalità del delicato processo produttivo, che implica un’accurata scelta delle uve, un lungo appassimento e invecchiamento in nobili legni”. Questo è scritto nell’atto costitutivo delle Famiglie. Un’associazione “non in contrasto con il Consorzio Valpolicella, ma a tutela dell’Amarone”.

Nobili propositi per un vino molto nobile, ma perché non provare a esporre le proprie ragioni all’interno del Consorzio invece che restarne al di fuori? L’associazione delle Famiglie è presieduta da Marilisa Allegrini. Non ci sono state finora reazioni ufficiali all’azione legale del Consorzio. Sembra quasi che le Famiglie siano state colte di sorpresa. “Il nome Amarone c’è sempre stato – ha commentato brevemente Allegrini – fin dall’epoca dei miei avi. Perché non possiamo più usarlo?”. E poi: “Con il Consorzio non siamo mai riusciti a dialogare”. Nulla di più. Da quello che filtra, però, secondo fonti bene informate, si tratta di una querelle tra questi 12 produttori e il blocco delle Cantine Sociali che avrebbero un peso specifico di rilievo nelle decisioni del Consorzio. Le Famiglie rimproverano al Consorzio (neanche poi tanto velatamente) di voler aumentare la produzione di Amarone, in breve tempo, da 13 a 20 milioni di bottiglie, di volerne abbassare il prezzo e in definitiva la qualità. Tempo fa, sempre le Famiglie, accusavano il Consorzio di voler modificare l’area di produzione inserendo nel disciplinare anche terreni pianeggianti. Per ora, forse per provare a calmare le acque e ristabilire una parvenza di dialogo, le Famiglie hanno deciso di togliere dalle bottiglie prodotte il logo adesivo “A” di “Amarone d’Arte” e le altre diciture che ne specificavano l’appartenenza dei vini all’Associazione dei 12 .

Una “guerra del vino” di cui avremmo fatto volentieri a meno. Intanto, il braccio di ferro continua e – permetteteci di sottolinearlo – in questo caso a farne le spese è soltanto l’ottimo vino Amarone (con o senza Consorzio, con o senza Famiglie). Altro che gioco di squadra! Forse (sarebbe ora) qualche istituzione preposta (regione Veneto o Ministero dell’Agricoltura o altri) dovrebbe cominciare a provare un tentativo serio di mediazione che metta da parte invidie e gelosie commerciali.