di Umberto Gambino
E’ sempre una bella “partita” quella fra Barolo e Pinot Nero, fra Piemonte e Francia, ma più in particolare fra i grandi Cru della Còte de Nuits e il gotha del Barolo di Castiglione Falletto. Un botte e risposta all’insegna dell’eccellenza qualitativa indiscussa­. Chi apprezza i rossi eleganti, fini, di gran carattere, accarezzati dal legno, che tutti, appassionati e intenditori, vorrebbero assaggiare, non può mancare un’occasione del genere. Chiariamo subito: si parla di vini non da tutti i giorni, di non facile reperibilità e dai prezzi decisamente elevati: dai 300 ai 600 euro a bottiglia.   

Perciò, detto fatto: riuscire a prenotare e partecipare al match enologico “Grand Tasting Barolo-Borgogna” organizzato al Vinitaly, è stato tutt’uno. E tanto per darvi un’idea dell’indice di gradimento, l’evento è risultato sold-out (150 presenti) e tanti sono rimasti fuori in lista d’attesa.

Ad arbitrare la contesa è Raoul Salama, professore di enologia a Parigi e Bordeaux, un autentico guru.

Bisogna focalizzare le numerose analogie tra i rossi di Borgogna e quelli del Piemonte: le origini settentrionali, le aree ben delimitate, i vigneti frammentati, i vitigni – Pinot Nero e Nebbiolo – spesso messi a confronto, entrambi difficili da coltivare.

Cote de Nuits si estende per 2.626 ettari; l’area ristretta dei Grand Cru è di 270 ha con vigneti tutti esposti a Est. L’area del Barolo è vasta 2.149 ettari, il cru Castiglione Falletto 148 ha; vigneti orientati a Est e ad Ovest.

Ecco i sei vini degustati, tre dalla Cote de Nuits, tre da Castiglione Falletto.

Méo-Camuzet – Clos de Vougeot Grand Cru 2014
Il vino, presentato da Alessandro Sarzi Arcadè, importatore storico, è frutto di un’annata tipicamente borgognona: la 2014. E’ perciò un rosso equilibrato, elegante, dalle gradazioni alcoliche non elevate. Per l’affinamento il produttore ha optato su legni al 50% nuovi. L’area Clos de Vougeot si estende per 50 ha.

Il vino nel calice mostra un rosso rubino luminoso. Rivela prima frutti rossi freschi, spezie a piccole tinte, ben fuse con un filo di legno. Se gli si dà un po’ di tempo, si apre ancora al naso delineando tabacco dolce, balsamico, frutti di bosco e lievi note fumé. Ma è in bocca che mostra la sua vera essenza, fatta di eleganza, raffinatezza sinuosità del sorso: è fine, elegante, con quel filo di tannino che ritorna nel finale. E’ persistente, di grande freschezza, meno in sapidità. La purezza dell’enologia Made in Borgogna. Bisognerebbe assaggiarne tanti di rossi francesi così.

Vietti – Barolo Rocche di Castiglione 2014 
La risposta piemontese arriva a stretto giro. Erge il vessillo l’annata 2014 di un cru storico del Barolo: Rocche di Castiglione, presentato da Elena Penna Currado.

Affinamento per due anni in botte grande per una perfetta, auspicata fusione tra gioventù ed evoluzione dei profumi. Diffonde dal calice rosa fresca e tabacco dolce. C’è un bel mix di potenza ed eleganza, poi viene fuori con decisione la componente balsamica, fra menta, liquirizia e incenso. Il sorso mette in evidenza il tannino supportato da grande freschezza, anche tanta. Scorre a tratti nervoso, avvolgente, riproponendo frutta rossa a profusione nel finale e poi la sua vena tannica che sembra la caratteristica primaria. Troverà il suo equilibrio fra un paio di anni. Ma è un gran bel Barolo, per nulla scontato.

Charmes-Chambertin Grand Cru 2015 Dugat-Py
Il rimbalzo di campo ci riporta Oltralpe dove facciamo conoscenza con l’azienda Dugat-Py, 13 generazioni di vigneron e cantina nel villaggio di Gevrey-Chambertin. 

E’ Loic Dugat-Py a raccontare che fra i filari delle vigne di Pinot Nero passano i cavalli a rivoltare il terreno, all’insegna della naturalità integrale. Affermazione che suscita gli ooohh di stupore fra i presenti.

Età media delle piante, 70 anni, affinamento di 18 mesi in botti di rovere francese nuove. Risultato nel bicchiere? E’ forse il più mediterraneo dei tre francesi presentati, terroso, con le sue note di macchia mediterranea, fungo, chiodi di garofano, ginepro. Si offre nel complesso con il suo naso giovane, poi lievemente pepato, di rosmarino e piccoli frutti rossi. E a conferma di quanto detto prima: c’è pure una bella nota iodata.


In bocca è sottile e succoso, molto fresco, quasi salmastro: non un vino muscolare, piuttosto un Pinot Nero snello da bere, in cui prevalgono ancora le note dure. Un vino che deve espandersi con più convinzione e smaltire il legno. Piccoli dettagli in un vino che va ovviamente atteso.

Giuseppe Mascarello – Barolo Monprivato 2013
Il campo italiano risponde alla grande, approfittando della temporanea defaillance francese un “super Barolo”. Affinamento di 36 mesi in botti grandi, secondo tradizione. Il migliore dei tre piemontesi.

Rosso granato, unghia aranciata, il colore tradizionale del Barolo. I profumi sono un bel ventaglio di sensazioni ancora fresca ma già molto evolute: rosa fresca, marasca, etereo su sfondo balsamico, poi ancora fragola. Il bouquet si apre con garbo, gradualmente, senza ostentare tutto subito e poi seduce, inesorabilmente.

Sorso davvero in linea, armonico ai profumi: molto fresco, equilibrato, non potente sul momento, con tannini setosi, elegantissimo, persistente. L’eleganza nel calice a tutto tondo per un Barolo che soddisfa pienamente.

Confuron-Cotetidot – Echezeaux Grand Cru 2012
Nel domain Confuron i vigneti si estendono per 38 ettari, su parcelle vecchie. Siamo nel Vosne-Romanée dove i Confuron fanno vino da quattro secoli. Il domaine Confuron-Cotetidot può contare su parcelle in 6 premiers crus e 4 grands crus, per limitarci al vertice della produzione. Lo stile è originalissimo per la Borgogna: l’uva viene vendemmiata molto matura, l’estrazione e l’affinamento sono assai lunghi. Vini fatti apposta per l’invecchiamento.

La vendemmia si fa a grappoli interi non diraspati per evitare maturazione ed estrazione post vendemmia. Annata complicata da freddo e pioggia alternata a sole. Affinamento per 20 mesi in legno.

Rosso rubino scuro nel calice. Note di fungo e tartufo, etereo, idrocarburo, pepe, frutti scuri, prugna, e una sottile nota fumé. In bocca ingresso morbido, ma con tannini giovani (nonostante l’annata), è fresco, nervoso e non da lunga gittata. Da bere fra cinque anni. Non è pronto, a detta dello stesso produttore.

Bricco Boschis – Barolo Cavallotto Vigna San Giuseppe Riserva 2012
Si torna in Piemonte per chiudere la partita con i cugini. Qui i vigneti che si estendono per 23 ettari, tutti coltivati secondo i principi dell’agricoltura biologica. Affinamento 60 mesi in botti da 30 ettolitri, come da tradizione.

Naso all’inizio timido, poi ecco i frutti di bosco, i fiori ancora freschi, la nota salmastra, e la liquirizia che supporta una scia balsamica evidente. Se lo si attende un po’ spuntano i lamponi, il tartufo, la nota animale.

In bocca ingresso vivace, con una punta aspra, di piccante: è tannico, rugoso, poi si distende con la sua freschezza di base. Nel complesso meglio al naso. In cerca del giusto equilibrio. Ha ancora molto da dire.

Conclusioni

Non per essere campanilista, ma dal tre contro tre, Pinot Nero contro Nebbiolo, esce meglio il vino italiano. Un campione assoluto di eleganza, di setosità al palato è il primo Cote de Nuits, il Mèo-Camuzet. Gli altri due francesi sarebbero da bere almeno un paio d’anni più tardi, avendo ancora margini di miglioramento.

Vincono almeno due Barolo su tre: un fantasmagorico Monprivato di Giuseppe Mascarello, davvero un vino perfetta espressione del territorio e della migliore tradizione delle Langhe, quella di Castiglione Falletto. E c’è anche un Vietti dalle potenzialità garantite e tutte da esprimere. Lo aspetto volentieri e scommetto … ci saranno sorprese.

Risultato finale: Italia-Francia 2-1