di Silvia Parcianello
abitorosso-1Provate a immaginare dove si trova il Friuli Venezia Giulia. Estremo Nord Est dell’Italia, impero austro ungarico commisto alla Serenissima Repubblica di Venezia, dolci colline baciate dal sole e l’arido Carso, granseola alla veneziana e cevapcici.
Il pensare comune vuole il friulano come una persona di poche parole, lavoratore, spesso poco affabile, in contrasto con il giuliano – gli abitanti del Carso non sono friulani – che invece è godereccio e spendaccione. Questo in teoria. Da decennale conoscenza degli abitanti di questo estremo confine d’Italia posso invece dire una cosa: il friulano può anche essere tutti i luoghi comuni di cui sopra, ma di certo è fiero e legato alsuo territorio. I vini rossi friulani sono esattamente come chi li produce. Espressione del territorio, difficilmente ruffiani, di grande carattere.

E’ una Venezia in lotta con l’alta marea quella che domenica 16 febbraio ha ospitato, nelle sale dell’Hotel The Westin Europa & Regina, l’evento Gradito l’Abito Rosso, a cura della delegazione Fisar di Venezia con la collaborazione del wine consultantPaolo Ianna. Solo vini rossi provenienti da Friuli, Venezia Giulia e Slovenia.
Mi lascio alle spalle i due centimetri di acqua a a velare Piazza San Marco e le folle di turisti che cominciano a invadere Venezia per il Carnevale, e comincio la mia
ricerca dell’identità friulana e carsica in un calice di vino. Parlo con i produttori, assaggio, annuso, approvo, disapprovo… e scelgo. Pochi, grandi, rossi friulani e un paio di sorprese. Eccoli.

Schioppettino DOC COF 2012 – Marco Sara
: assaggiato per primo, su suggerimento di Paolo Ianna, colpisce per finezza. L’azienda è a Savorgnano del Torre, la zona più fredda dei Colli Orientali del Friuli, e il clima regala raffinatezza di profumi. Rubino nel bicchiere, mirtillo e amarena al naso, spezie, pepe e chiodi di garofano. Ricorda vagamente il panforte che ho preparato a Natale. In bocca è pulito, di giusta acidità e persistente, soprattutto la nota speziata. Carne, una bella tagliata, o del formaggio Montasio stagionato.

Seme Merlot Collio 2003 – Tercic
: mi ero riproposta di assaggiare solo vitigni autoctoni ma vedo un Merlot di 10 anni e non resisto. Scelta giusta. Granato nel bicchiere, al naso trionfa la marmellata di prugna. Morbido, avvolgente, di struttura. Lo immagino abbinato al coniglio con tanta salsa “peverada” e polenta.

Pavar Refosco dal Peduncolo Rosso 2009 – Lis Fadis
: quest’azienda che dà ai propri vini il nome dei folletti si conferma di mio gusto. A Merano avevo apprezzato Bergul, ora è la volta di Pavar. Pavar è il folletto ambientalista, che non tollera che si tratti male la natura. Questo vino è di produzione limitatissima, esiste perché il contenuto di una delle barrique di Refosco destinato alla produzione di altri vini meritava di essere lasciato in purezza. E’ un bambino in fasce, che profuma ancora di fiori, lavanda e geranio, in bocca il tannino si fa sentire e a me viene in mente il cioccolato extra fondente. Pavar suggerisce di aspettare un paio d’anni e di provarlo con i fagioli, cucinati con tanto lardo.

Pignolo Ronco del Balbo DOC COF 2008 – Petrucco
: il Pignolo è diffuso quasi solo nella zona di Buttrio, Rosazzo e Premariacco. Di colore rosso intenso, al naso sprigiona note di amarena e frutti di bosco, poi esaltate dai toni speziati acquistati durante la permanenza in legno. Vino di gran corpo, avvolgente ma giustamente tannico, adatto ai piatti di carne più elaborati, anche selvaggina da pelo.

Terrano 2006 – Skerk
: vino unico il Terrano. In realtà si tratta di una varietà di refosco che quando è figlio della terra carsica, l’arida Terra Rossa o Jerina diventa terrano, o “sangue del Carso”. Rosso rubino nel bicchiere nonostante l’età, non usuale per un terrano, profumi di mora e mirtilli, poi amarena, poi un leggero sentore terroso. In bocca è avvolgente e ancora fragrante. Piatti di selvaggina, montasio stagionato, prosciutto carsico.

Le sorprese di cui parlavo prima vengono dal Carso sloveno, il
Kras.
Izbrani Teran 2012 – Milos in Marko Pupis: tra quelli che ho potuto provare questo è il Terrano più tipico. Grande intensità di colore, rosso sangue, sentori balsamici e acidità molto spiccata. Quasi polveroso. Per appassionati del genere. Assieme a una lepre in salmì, a un cinghiale al ginepro,  al carrello dei bolliti.

Vinakras
mi fa provare due chicche, oltre a un ottimo terrano. Uno spumante metodo Charmat di Terrano, con elevato residuo zuccherino che ne attenua la spigolosità, classificato demi-sec. Sono scettica ma in bocca è piacevole e fresco, loro lo consigliano con il prosciutto crudo. Approvo. Aggiungo anche una zuppa di pesce in rosso. Per finire compare sul banco una piccola bottiglia, riservata agli ospiti “speciali”. Mi compiaccio e comincio a gongolare perché non è difficile immaginarne il contenuto: Terrano passito. Una fresca dolcezza di colore violaceo intenso, mai stucchevole, di buon carattere, fa pensare a una Linzertorte, alle torte ai frutti di bosco, alla pasticceria austro ungarica.
Mi resta la voglia di dolce. Esco e torno a San Marco, inaspettatamente illuminata dal sole. Non più acqua al centro della piazza ma maschere e folla. Non resta che chiudere gustando una frittella veneziana. Anche il terrano passito avrebbe approvato.

Links:
www.fisarvenezia.com
www.marcosara.com
www.tercic.com
www.vinilisfadis.com
www.vinipetrucco.it
www.skerk.com
www.kletpupis.com
www.vinorebula.sl

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

A proposito dell'autore

Silvia Parcianello

Trentasei anni, trevigiana, capelli rossi e lentiggini, tendenza all'anticonformismo. Sommelier Fisar dal 2010, dal 2012 collaboro anche con la guida "Ristoranti Che Passione". Una laurea in giurisprudenza e un lavoro in banca sono riusciti, solo in parte, a darmi rigore perché in ogni cosa cerco piacere ed emozione. Sia questo istruire un mutuo, degustare un vino, sfinirmi in piscina e dare il massimo in una gara di nuoto, provare e recensire un ristorante. O scrivere un pezzo per Wining. Il cibo e il vino sono per me sentimento, nutrimento, passione. Amo i sapori decisi, le grandi acidità e le grandi dolcezze, i piatti tradizionali con pochi artifici, i prodotti di stagione e del mezzogiorno d'Italia. In casa mia è difficile trovare un pomodoro a dicembre, non fosse altro perché sa di plastica. Si racconta che cucini piuttosto bene, ma solo per chi amo . Se sento il bisogno di nutrire una persona invitandola a cena significa che mi è entrata nel cuore. Nell'era del web e dei social resto legata alle sensazioni, che spero di riuscire a trasmettere con foto e scritti. Perché per me la gioia più grande è emozionare.

Post correlati