di Tonia Papagno
Beppe Palmieri, maitre e sommelier d’eccezione, dopo anni di gavetta e duro lavoro approda a Modena, in via Stella 22, al ristorante Osteria Francescana dove il patron Massimo Bottura gli apre le porte della sua cantina. Allora non sapeva che il suo viaggio Matera-Modena solo andata, lo avrebbe portato in un solo e unico posto: ritrovare se stesso.

Come sei approdato all’ Osteria Francescana e quali sono state le tappe della tua carriera professionale? 
“Sono partito da Matera nel ’96 con un amico in treno, un viaggio lungo quanto l’Italia, destinazione: lago di Como. Abbiamo cominciato a “bussare” alle porte di grandi alberghi, passando ore in una cabina del telefono con un elenco della Telecom in mano alla ricerca di un lavoro, senza successo. Ricordo ancora una signora che ci avvicinò incuriosita: le spiegammo che eravamo in cerca di lavoro e lei commentò che in quel posto non avremmo mai trovato un impiego. Risalimmo sul treno in viaggio per la Romagna. Per tre giorni girammo in lungo e in largo Rimini e Riccione, ma ogni nostra richiesta di lavoro, nei grandi alberghi, venne rifiutata. Ritornammo a Matera quando, all’improvviso, giunse una chiamata da un albergo di Cattolica: il Grand Hotel Diplomat. Dopo tre giorni sono partito con un borsone, pochi vestiti e 300.000 lire in tasca.
Non scorderò mai quel viaggio: un mix di eccitazione, grande energia e tanta voglia di fare, avrei spaccato a metà il mondo pur di trovare una via di fuga. Amavo e amo Matera, ma una certa cultura del lamento mi stava strangolando, e io avevo voglia e bisogno di esprimermi e di lavorare. Finita la lunga stagione fatta di duro lavoro, insegnamenti e fatica, arriva per me un’altra occasione: Villa Crespi di Orta San Giulio, una stella Michelin e un albergo di lusso dove cercavano un cameriere. Da Cattolica, dunque, sono partito per il Piemonte ricominciando a lavorare sodo. Qui ho trovato un contesto diverso e appagante, in cui ho scoperto la mia passione per il vino e per un servizio migliore dedicato all’ospite”

“Dopo un anno e mezzo a Villa Crespi è la volta della Taverna del Pittore, ristorante stellato di Arona sul Lago Maggiore: esperienza altamente formativa e impegnativa. E dopo ancora:  Lucca, nel Relais e Chateaux Locanda l’Elisa, qui cercavano un maitre e sommelier e per me è stata la volta di una nuova avventura professionale. Dopo un anno in Toscana mi aspettava l’avventura londinese. A Londra e al Ristorante San Lorenzo potevo perfezionare l’inglese e fare un’esperienza di vita appassionante nonché difficile e significativa”.

“Dopo l’Inghilterra ho seguito un collega di Villa Crespi a Porto Ottiolu per una lunga stagione con la Famiglia Giageddu e subito dopo un’altra occasione imperdibile a Castel Guelfo di Bologna, in un ristorante in cui una proprietà ambiziosa e il giovane chef di talento Bruno Barbieri volevano raggiungere grandi traguardi, due stelle Michelin ed enormi responsabilità: avevo voglia di lavorare duro, quindi governance e stakanovismo non mi spaventavano, anzi erano stimoli straordinari.
Poi, infine l’approdo a Modena: ho chiesto lavoro ad un giovane e travolgente Massimo Bottura. Uno dei miei sogni era l’America, NewYork, ma ho scoperto poi in seguito che la mia America era in Emilia. Tanto lavoro e pochissime ferie fino ad allora era la mia scelta di vita e nulla è cambiato da allora: ho sempre lavorato tanto, per passione, per imparare e crescere. E oggi insisto più che mai!”.

Oggi il sommelier è una figura professionale indispensabile nell’impresa di ristorazione o è una figura riservata solo a ristoranti stellati o location di prestigio?
“Il sommelier oggi e’ una figura diversa, che dà un contributo determinante, perché rende l’esperienza professionale più completa e gratificante. A qualsiasi livello di ristorazione, perché non esiste un segmento specifico in cui posizionare la figura del sommelier. Mai essere autoreferenziali: è necessario dedicare tempo e risorse allo studio e alla pratica. Ci vuole curiosità, cultura, conoscenza e stile. Bisogna studiare a menadito i fondamentali e iniziare un percorso personale da condividere con un gruppo di lavoro, e poi bisogna avere la fortuna di bere i grandi e piccoli vini con chi “sa bere”, stando in silenzio per imparare e per conoscere. Io da questo punto di vista devo molto a Fabio Luglio, Andrea Grignaffini, Andrea Vincenzi e Andrea Battilani. Io ero un ragazzino e loro, più grandi di me, mi hanno insegnato “a bere”. Da Accomasso a Soldera, da Gravner a Podversic, da Leroy a Latour, da Bellei degli anni d’oro a Taurino”.

Cucina e sala, una squadra che vince quando lavora in armonia. Massimo Bottura è uno chef che informa, comunica e pianifica il lavoro? Che rapporti ci sono tra il sommelier Beppe e lo chef Massimo?
“Ho sempre avuto la lucidità per riconoscermi nel ruolo di gregario, ho dedicato la mia prima giovinezza all’Osteria Francescana e senza paura ho vissuto il mio rapporto dedicandomi completamente e cosi vivo travolto dalla passione per il mio lavoro. Il successo di un cuoco e i conti in ordine di un ristorante, a qualsiasi livello, dipendono da un gruppo di sala che si dedica completamente alla cucina, per raccontare e trasmettere contenuti, passione e idee”.

Come nascono gli abbinamenti cibo-vino all’Osteria Francescana, lavorate insieme sull’abbinamento o decidi solo tu? Massimo Bottura ha un carattere facile? 
“Da sempre condivido con tutti i miei colleghi il nostro modo di abbinare un vino, un drink, una birra e un distillato. Se dal punto di vista accademico abbiamo imparato che gli abbinamenti si fanno per armonia, tuttavia stiamo portando avanti il nostro lavoro sui grandi contrasti, che sono la maniera più complessa e più interessante per arrivare all’armonia stessa. In merito al difficile esercizio dell’abbinamento possiamo dire che serve grande sensibilità per stare un passo indietro e andare in profondità nel rapporto tra cibo e vino”.

La cantina: orgoglio e sogno di ogni sommelier. Quante bottiglie e quante etichette riesci a gestire? E le tue scelte in che direzione vanno in questi tempi in cui c’è sempre più richiesta di “vini naturali”? 
“Abbiamo una cantina che conta 1800 etichette: uno spazio classico interno al ristorante dove conserviamo le bottiglie di pregio, ed uno esterno e distaccato dove stocchiamo al meglio tutto il resto. Nel 2001 ci siamo avvicinati ai vini veri, naturali e buoni. Indimenticabile il viaggio nel 2002 in Borgogna da un giovanissimo Pacalet e ad Arbois da Stephane Tissot. E’ stata un’esperienza che mi ha segnato profondamente, da allora ho iniziato ad amare i vini dei vignaioli, da Pizzamiglio a Cristiana Tiberio, da J.L. Chave a Soldera, da Ledru a Deiss, da Luca Ferraro ad Arianna Occhipinti. Nel 2003, poi, la scoperta, grazie a Giancarlo Mascovitch, dei grandi Riesling tedeschi e austriaci”.

Ti capita di far visitare ai clienti la cantina? Qual è il vino o i vini che proponi con più orgoglio? 
“In questo momento siamo impegnati per la divulgazione e l’utilizzo dei vini italiani fatti con passione, cura e maniacalità. Diamo spazio a tutti quelli che lo meritano, ma non dimentichiamo i vini del resto del mondo. Nel mio cuore ho ritagliato un posto speciale per il Fonte Canale di Cristiana Tiberio, perché rappresenta la modernità e la bellezza di un vino italiano raffinato e fine, con un tratto volgare e una tessitura senza eguali: un piccolo capolavoro che segna un passaggio epocale per il vino italiano, e poi su tutto il coraggio di Cristiana, che ha creduto in un sogno, e in Fonte Canale ha visto quello che gli altri non riuscivano a vedere. Tutte le volte che ce lo chiedono con piacere ed orgoglio portiamo i nostri Ospiti in cucina e poi in cantina per una visita”.

(ph. credits sito web Gambero Rosso)

Cosa è cambiato all’Osteria negli ultimi anni? Essere sulla vetta del mondo comporta onori e oneri pesantissimi: ne è valsa la pena comunque? 
“Fino al giorno in cui continuerò a sentirmi attuale e innamorato del mio mestiere porterò avanti questa storia incredibile fatta di passione, voglia di spostare ogni giorno i limiti sempre un po’ più in là, e duro lavoro. Sono partito dal posto perfetto per fallire, non ho mai rivolto lo sguardo al passato con nostalgia e amo davvero quello che faccio. I traguardi e i risultati sono sempre stati una conseguenza della passione smodata e il senso del gruppo”.

Che ne pensi delle recensioni dei critici gastronomici che non bevono vino e che non hanno competenze “critiche” per valutare un abbinamento cibo-vino? 
“Penso che chi fa il mio mestiere deve evitare la polemica come la peste: ben fatto è meglio di ben detto”.

L’utilizzo di ingredienti che arrivano da tutto il mondo anche nelle cucine degli chef italiani e stellati richiedono a volte abbinamenti di bevande diverse dal vino. Il sommelier di un ristorante come l’Osteria Francescana ha il dovere di sperimentare equilibri e proposte differenti dal vino?
“La ricerca è stata la via per metterci in discussione e fare avanguardia in cantina, cioè portare il cambiamento. Penso alla genziana con Omaggio alla Normandia, al Barolo chinato con “A volte pernice e a volte germano”, penso al drink NonLoSo, e penso a quando 15 anni fa servivamo il Sauternes con il culatello tra la diffidenza di pochi e la curiosità di altri”.

Se non lavorassi qui all’Osteria Francescana in quale altro ristorante pensi che avresti realizzato il tuo lavoro al meglio? 
“Non riesco ad immaginare la mia vita in un altro posto: ho scelto Modena con il cuore, ed ho lottato in primis con me stesso per raggiungere grandi risultati insieme ai miei colleghi”.