di Patrizia Pittia
Carissimi lettori, oggi vi racconto una storia del Collio Goriziano, terra di confine. E’ una realtà enologica vocata alla produzione di qualità: l’azienda Venica & Venica che produce vini da quasi cent’anni e si trova a Dolegna del Collio. Capofamiglia e direttore generale dell’azienda è Gianni Venica; la moglie Ornella, che tutti noi conosciamo, è responsabile delle relazioni esterne e grande testimonial del territorio. Ma oggi la mia missione è intervistare l’enologo, il wine maker: Giorgio Venica: ovvero Il maestro di cantina, lo chef de cave che crea i vini per la propria azienda. E’ lui il custode dei segreti della casa: i suoi vini devono trasmettere emozioni. Ebbene, come tutti i grandi che si rispettino, Giorgio è un tipo schivo e modesto: è la sua prima intervista. Allora rompiamo il ghiaccio subito con la prima domanda.

Giorgio parlami di te, della tua formazione professionale: la scelta di lavorare nel mondo del vino è stata obbligata o lo hai voluto tu?
Fino all’età di 11 anni ho vissuto a Cividale del Friuli. Nonno Daniele aveva acquistato nel 1930 un terreno a Dolegna del Collio. E’ quello dove ora ci troviamo, la classica azienda agricola: un allevamento di vacche, maiali, seminativo e vigne. Già da bambino il mio pensiero era per Dolegna, i mie temi a scuola parlavano solo di quei luoghi finché nel 1972 papà Adelchi ebbe l’idea di costruire un ristorante a Dolegna. Perciò, con mia grande gioia e soddisfazione, ci trasferimmo. Il mondo contadino mi è sempre piaciuto. Oltre a lavorare in campagna, aiutavo al ristorante: tanto da fare, non c’erano festività né ferie. Ero talmente felice che nulla mi pesava. Il vino che si produceva era solo per il ristorante: gli ettari erano una decina e insieme a mio fratello Gianni, nel 1977, abbiamo deciso di imbottigliare. Così sono nate le prime etichette Venica. Da quel momento abbiamo deciso di gestire le vigne per una produzione di qualità.

Sei più soddisfatto del lavoro in vigna o di quello in cantina?
Non trovo differenze. Tutto mi soddisfa, in primis si lavora la vigna per avere un prodotto di qualità, poi in cantina si chiude il cerchio. Semplicemente, in base all’annata, meno cose si fanno in cantina meglio è. Ma la soddisfazione maggiore – se mi consenti – è la degustazione del vino finale, quando gli aromi varietali di ogni vitigno si sprigionano nel bicchiere: è questo per me motivo di grande orgoglio.
Ritieni che la strada verso la viticoltura biologica sia ormai tracciata e irreversibile un po’ per tutti i produttori grandi e piccoli? O secondo te è meglio la viticoltura cosiddetta “convenzionale”?
Secondo me, la strada giusta si trova nel mezzo. E’ fondamentale dotarsi di buon senso e sensibilità. Per quanto riguarda noi Venica, da anni abbiamo iniziato a seguire un certa etica: prima  con il biologico, in certe vigne nella parte collinare, mentre gradualmente stiamo trasformando verso il biodinamico tutti i nostri 40 ettari. Voglio precisare che ci siamo tolti dalla certificazione bio perché in certe zone del fondovalle – circa 10 ettari – in caso di malattie dei vigneti, bisogna intervenire con alcuni prodotti che ci danno poi la certezza di ottenere uve sane. Le piante, poi, soffrono meno.


Quali sono i vitigni sui quali i produttori della nostra regione dovrebbero puntare di più e perché?
Domanda da cento milioni! Parlo per noi: a parte i Sauvignon, nostro orgoglio, io credo molto nel Friulano che ultimamente, purtroppo, si sta perdendo a scapito di altri vitigni. Tre anni fa abbiamo piantato un vigneto nuovo di Tocai, (ndw, Giorgio come altri viticoltori friulani lo chiama ancora così): perché perderlo? E’ un vino piacevole da bere, aromaticamente equilibrato, di ottima struttura e ci dà grandi soddisfazioni. Dobbiamo puntare su quello che abbiamo già impostato da anni, come gli altri autoctoni: Ribolla Gialla, Malvasia Istriana, gli internazionali Chardonnay, Pinot Bianco, Pinot Grigio. I vitigni sono tanti, ma per me è motivo di orgoglio differenziare ogni  vino, dargli la sua identità, la sua tipicità, partendo dalla vigna. E’ nel vino finale che si esaltano le singole  caratteristiche varietali.
C’è un tuo vino del cuore o per te sono tutti “figli” allo stesso modo?
Tutti figli alla pari, ma molto differenti fra loro. Il più “bastardo”, come lo amo definire, è il Sauvignon. Perché? Semplice: in vigna e in cantina, in tutto il suo percorso, mi fa impazzire. Non ha bisogno di tanto caldo, deve essere protetto, la vite necessita di un buon apparato fogliare, il momento della raccolta è decisivo: numerosi passaggi, esposizioni diverse. Basti pensare che dalla prima raccolta all’ultima trascorrono anche 25 giorni. Poi, tante attenzioni anche in cantina: dal controllo delle temperature a diverse variabili. Ebbene: più è complicato il compito, più esprimo la mia forza. (E leggo poi la grande soddisfazione per il risultato sul volto di Giorgio). Non ci sono dubbi: il Sauvignon è il vino che ci ha fatto conoscere nel mondo!
Secondo te c’è un reale avvicinamento dei giovani al mondo dell’agricoltura?
Certamente. Da tanti anni, nell’azienda Venica accogliamo d’estate, giovani stagisti dell’ultimo anno di Scuola di Enologia di San Michele all’Adige, per 15 giorni, per la potatura verde in vigna. Ci sono tante piccole aziende gestite da giovani che credono nella viticoltura. In questi giorni abbiamo una stagista e se posso dare un contributo per dei consigli lo faccio volentieri.
La tua bella famiglia è composta da donne: Virginia tua moglie e tre figlie. Quanto è importante l’amore e il loro supporto?
L’amore della famiglia è fondamentale. Virginia lavora in azienda nell’amministrazione ed è la colonna portante del nucleo familiare: i suoi insegnamenti e il suo rigore nei confronti delle tre  figlie e anche nei miei è basilare. Ci supportiamo a vicenda condividendo assieme ogni cosa con rispetto ciascuno dei propri ruoli. Giorgio mi confida “emozionato” che fra pochi giorni festeggeranno 25 anni di matrimonio e speriamo di farne altrettanti 25! (ndw, che bella dichiarazione d’amore!)
La tua prima figlia Marta, lo scorso marzo si è laureata in enologia a Udine. E da poco un’altra laurea all’Università di Geisenheim in Germania: sei felice per la sua scelta?
Mi hanno sorpreso la sua scelta, la dedizione, l’amore e la passione che dedica a tutto quello che fa. Io vedevo Giulia, la mia seconda figlia, più predisposta a lavorare nel mondo del vino. Invece e si è iscritta in Giurisprudenza a Trieste con ottimi risultati. Marta ha un bel palato per le degustazioni, in particolare per quelle alla cieca: riesce a riconoscere le diverse sfaccettature di un vino e sono certo che porterà un apporto positivo in azienda. E’ reduce da uno stage di tre mesi presso l’azienda Foradori in Trentino e a febbraio partirà per un altro stage in Argentina. Si è impegnata molto ed è importante capire cosa vuol dire fare il dipendente. Quest’anno sarà la prima vendemmia intera con noi e non vede l’ora: sono fiero di lei, la vedo bene integrata nella nostra azienda.
Giorgio, ti chiedo di cimentarti in una difficile previsione: quale sarà  il vino del futuro? Avrà più profumi, più eleganza, più bevibilità, meno alcol, maggior accondiscendenza verso un gusto internazionale o altro?
(Giorgio sorride, ndw) Ci vorrebbe la sfera di cristallo. Per me, un vino deve sempre avere la sua piacevolezza. Io vorrei ridurgli un po’ il grado alcolico, mantenendo sempre una bella struttura. Come? Con alcuni accorgimenti durante la vendemmia, anticipandola di poco per avere meno alcol, con acidità importante, essenziale per l’ossatura e longevità del vino. Poi puntando ad un buon equilibrio con la macerazione, dandogli più complessità. In sintesi: si dovrebbe riuscire a bere un vino con un bel corpo e una percentuale più bassa di alcol come stiamo già facendo con la Ribolla Gialla.


Quali sono i tuoi hobby fuori dal lavoro enologico?
Le macchine da corsa: sono la mia passione, la mia valvola di sfogo. Fin da piccolo mi cimentavo con i trattori assieme a papà Adelchi e lo sorprendevo: quando andavamo a sarchiare il mais, con la ruota anteriore, dando un colpo di freno dovevo passare fra le piantine senza calpestarle. E le giostre, che emozione! Dove c’erano le  quattro ruote ero sempre presente. Nel 1986 ho disputato la prima gara seria di rally ottenendo buoni piazzamenti con macchine performanti. Poi la pista: un mondo nuovo con le GT, Gran Turismo, in tutta Italia, vincendo diversi campionati. Ora da cinque anni corro in Formula 3: sono piccole Formula 1 con meno potenza, gran tenuta di strada, molto veloci in curva, 250 chilometri all’ora. Per allenarmi faccio palestra e corsa: è importante la postura della guida. Sono circa sette uscite all’anno: l’ultimo test a Spa in Belgio, uno dei più bei circuiti al mondo. Quando rientri a casa sei carico e pronto per affrontare il lavoro. (Giorgio irriconoscibile, dalla sua solita pacatezza si trasforma, ndr)


Cosa vedi e cosa speri nel tuo futuro?
Una buona salute in primis. Non oso chiedere altro. Da quando papà Adelchi ha dato fiducia a me e a mio fratello, lasciandoci le redini dell’azienda, dopo  tanti sacrifici e investimenti, ora stiamo raccogliendo i frutti. Le due ragazze grandi hanno iniziato il loro percorso e poi vedremo la codina di casa, Adelaide detta Haidi, che sarà libera di fare le sue scelte. Sono felice pensando a papà Adelchi che è riuscito a vedere quello che abbiamo realizzato. Lui è stato molto orgoglioso di noi: un anno prima che mancasse gli abbiamo dedicato un vino: La Ribolla Gialla “L’Adelchi”, questa è stata la ciliegina sulla torta! Grazie dell’intervista caro Giorgio, un vero fuoriclasse!

www.venica.it

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A proposito dell'autore

Patrizia Pittia

Sono fiera di essere una friulana DOC. Nata a Udine un bel po' di anni fa, ma con lo spirito e la mente come quelli di una ragazzina. I miei genitori - gente semplice e di grandi valori - mi hanno insegnato a muovermi con serietà e rispetto verso gli altri. La mia voglia di indipendenza e il non voler pesare sulla famiglia (ho tre fratelli) mi hanno portato a lavorare molto presto : sono contabile aziendale per un'azienda di prodotti petroliferi. Fin da ragazzina avevo il pallino per la cucina: mi divertivo (e mi diverto) a preparare risotti e molto altro. Così, una decina di anni fa, mi sono iscritta all'Associazione Italiana Sommelier perché mi incuriosiva l'abbinamento cibo-vino. E pensare che a quei tempi ero quasi astemia! Dopo il diploma di sommelier mi si è aperto un "universo" che non avrei mai immaginato e il mondo del vino ha preso il mio cuore (e anche il mio tempo). Organizzo spesso visite nelle cantine della mia regione e nella vicina Slovenia. Su invito di Umberto Gambino, collaboro con Wining, una sfida a cui mi sono sottoposta molto volentieri. Così ora le mie visite in cantina e le degustazioni le condivido con i lettori del nostro sito. I miei gusti? Adoro le bollicine metodo classico , i vini aromatici e i passiti. Sono diventata anche una patita del mondo dei Social. Credo che la comunicazione digitale sia fondamentale, in particolare per i vignaioli che vogliano davvero promuovere i loro prodotti, la loro azienda nel territorio. Oggi il marketing online e il turismo enogastronomico sono veicoli di comunicazione fondamentali. E Wining aiuta tantissimo in questo. Dal luglio 2015 sono giornalista pubblicista.

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