di Marina Alaimo Acino Ebbro
Il riscatto del Greco di Tufo deve moltissimo ad una donna: Gabriella Ferrara. Questo vino bianco campano di grande personalità era quasi scomparso dalle carte dei vini della ristorazione, sia alta che media. Le poche bottiglie prodotte nel territorio della ormai famosa DOCG irpina hanno sempre limitato la conoscenza di questo bianco straordinario, capace di regalare grandi emozioni nei tempi lunghi. Il Greco di Tufo è  un corridore temerario ed instancabile, un po’ “testone”, in passato interpretato e raccontato erroneamente come uno di quei “vini ignoranti” da accettare con tutti i suoi difetti e sbavature. In realtà pochissimi produttori avevano capito, o meglio, si erano sforzati di studiare la sua vera natura per intendere come andasse trattato in vigna ed in vinificazione.

Gabriella è stata tra le prime ad impegnarsi sulla strada del riscatto del Greco di Tufo, desiderato intensamente dopo la morte del padre Benito Ferrara che dà il nome all’azienda. Lei è donna forte, sensibile nello stesso tempo e considera la sua terra, San Paolo frazione di Tufo, parte della famiglia e motivo di vita.
Siamo nel cuore del territorio storico di produzione dove l’unica risorsa è stata sempre la vigna: il piccolo villaggio di case è in posizione isolata e questo particolare nel tempo ha costruito un rapporto viscerale e di simbiosi con quei filari oggi preziosi. Attualmente i Greco di Gabriella ricevono i massimi riconoscimenti da tutte le guide di settore e sono presenti in moltissimi ristoranti blasonati e non. Anche nelle pizzerie dove si punta moltissimo alla qualità, sia il Greco base che il celebre cru Vigna Cicogna si ritrovano di frequente.

Vigna Cicogna

Questo vitigno capriccioso ed esigente arriva dalla zona vesuviana in tempi lontani, dall’areale intorno a Nola e San Paolo Bel Sito dove la famiglia Di Marzo aveva i suoi terreni e produceva il noto Asprinio di Nola. Ma ancor prima il Vesuvio ne era pieno. Nel periodo della terribile peste del 1647 i nobili Di Marzo si trasferirono nel podere di Tufo, dove, tra le tante cose, portarono con se le barbatelle di Asprinio, stretto cugino del Greco. In effetti, Tufo era un piccolo feudo ed ancora oggi visitando il borgo ed il castello ci si rende conto che il territorio era stato concepito per essere un “distretto di vignaioli”, un centro del vino che però non ha saputo mantenere nel tempo quell’aspetto glorioso. La forte emigrazione dovuta all’isolamento del territorio e alla poca capacità imprenditoriale dei suoi abitanti hanno lentamente spento questi luoghi.

Sicuramente l’intraprendenza ed i grandi risultati ottenuti da Gabriella sono stati un esempio che ha dato coraggio anche ad altri piccoli produttori. Ma la totale incapacità di fare squadra sottrae l’energia necessaria e fondamentale per consentire alla comunità vignaiola di decollare. Tornando all’azienda di Benito Ferrara, oggi si estende per 10,5 ettari  ad una altitudine che va tra i 450 ed i 600 metri e i vigneti sono ritenuti tra i più pregiati. Il suolo sciolto e fortemente calcareo, insieme alla fortunata esposizione solare che consente alle uve di raggiungere la piena maturazione a queste altitudini, dà vita ad un’uva sana e ad un vino che sa esprimere con sincerità il territorio. La collaborazione con l’enologo Paolo Caciorgna è stata una scelta indovinata e conferma ancora una volta l’intraprendenza di Gabriella. Sì, perché Paolo non è mica irpino, ma un toscano, e da queste parti in quel periodo storico ciò era un fatto eclatante, che faceva notizia. Qui il terreno molto scosceso impone un lavoro manuale e quindi molto attento.

Dalla vigna più vecchia Gabriella ha scelto di dare vita ad un cru, Il Vigna Cicogna, un’intuizione centrata con grande successo. La 2016 è l’ultima annata in commercio. Il vino non fa passaggio in legno, mantiene un carattere purista, profondo, graffiante, imprevedibile ed in questo millesimo raggiunge un’eleganza che invoglia di continuo l’assaggio. Il vino è più sottile rispetto alle annate precedenti, non so per quale motivo, quindi mantiene un andamento sinuoso e scattante, delicato nei profumi che vanno dal floreale, agli agrumi, alla susina bianca, con un raffinato  tocco di anice stellato per poi allungarsi sui toni della grafite. L’assaggio dichiara il temperamento giovane del vino, vibrante di energia sulla spinta della freschezza comunque ben calibrata e non prevaricante, così come la sapidità sulla quale allunga il passo. Un bianco che accende molta curiosità sull’evoluzione nel tempo: un alleato prezioso in questa realtà, non temuto, ma atteso nella consapevolezza piena del suo valore aggiunto.

www.benitoferrara.it