di Manuela Zanni
Non sono molti i luoghi in cui ci si sente a proprio agio non appena varcata la soglia, nonostante si provenga da una temperatura esterna torrida dopo un lungo viaggio, apprendendo, con non poco dispiacere, che all’interno della struttura  l’aria condizionata “farà le bizze”. Ecco perché se, nonostante ciò, affermiamo che “il posto vale il viaggio” un motivo ci sarà.

Il posto in questione è il Cavanera Etnea Resort & Wine Experience  e ad attenderci c’è la degustazione delle otto etichette  rappresentative di questa nuova scommessa di Firriato che ha deciso di puntare su “Iddu”, come viene amichevolmente chiamato l’Etna da coloro che hanno imparato a convivere con i questo “gigante buono”.
L’azienda,  a conduzione familiare, che ha mosso i primi passi nel 1984 nel trapanese, per volontà di Salvatore Di Gaetano e della moglie Vinzia, oggi presenta un melting pot di vigneti che racchiudono tutta la grandezza enologica della Sicilia che, a pieno titolo, si può definire un vero e proprio continente enologico.
I possedimenti abbracciano, infatti, anche  la viticoltura montana etnea e quella marina dell’isola di Favignana da cui provengono produzioni limitate e di nicchia.  Filo conduttore di tutte le etichette prodotte dai vigneti di pertinenza della cantina è la valorizzazione  degli autoctoni, Nero d’Avola, Perricone e Nerello Mascalese per i  vitigni a bacca rossa, Zibibbo, Grillo e Catarratto per quelli a bacca bianca distribuiti in sei tenute per un totale di 470 ettari di vigneti suddivisi in tre contesti produttivi eterogenei fra l’agro di Trapani, le diverse contrade nel versante Nord, Nord-Est dell’Etna e l’Isola di Favignana.   

Una filosofia aziendale quella di Firriato che risulta essere vincente innanzitutto all’estero dal momento che il 59% della produzione è destinata a 48 Paesi distribuiti tra Usa, Germania, Svizzera e Giappone. Il segreto del successo potrebbe essere immediatamente riconducibile allo stile produttivo moderno e seducente che rappresenta il filo conduttore di tutti i vini che riescono ad  interpretare la Sicilia nelle sue infinite sfaccettature.  Firriato è una delle aziende più attente alla tutela dell’ecosistema isolano del panorama siciliano. A questo si aggiunge, ultimo solo in ordine cronologico, il recente ottenimento della  certificazione “Carbon Neutral”, nel 2019, che attesta l’annullamento totale e definitivo da parte di tutta la sua produzione della cantina dell’emissione dei gas serra sull’ambiente. Si tratta di un traguardo che non è che la “punta dell’iceberg” dell’impegno e della dedizione profusi nel raggiungimento dell’obiettivo di ricercare l’eccellenza in materia di ambiente.

Un percorso difficile che ha comportato un grande dispendio di energie fisiche, prima ancora che economiche, che può essere perseguito solo con grande impegno e caparbietà che hanno fatto degli alti standard qualitativi e della green attitude qualcosa di tangibile con i fatti più che con le parole – ci spiega Federico Lombardo di Monte Iato, responsabile marketing e qualità dell’azienda”.

Il risultato di questo costante lavoro di ricerca è osservabile anche attraverso delle interessanti produzioni di spumanti, sia con metodo classico che Charmat e di vini dolci ottenuti con la tecnica antica dell’infusione. Ma Firriato si è  spinta ancora oltre.  Ha, infatti, compreso,  che un lavoro ben fatto in cantina non può prescindere da un’offerta enoturistica che lo  comunichi , evidenzi, mostri  e, soprattutto, lo faccia vivere, in prima persona ai sempre più numerosi enoappassionati che desiderano compiere esperienze complete all’interno di strutture ricettive, come Baglio Sorìa a Trapani, Cavanera Etnea sull’Etna e Calamoni a Favignana  in cui vivere una “wine esperience” a tutto tondo. E non è tutto.

Signum Aetneae, rosso etneo da vigne prefillossera

L’azienda Firriato produce anche “Signum Aetnae”, un Etna Doc Rosso Riserva proveniente da un vigneto prefilossera datato 140 anni dal CNR,.
Noi abbiamo assaggiato una 2014  dal rosso rubino intenso, classico esempio di nomen omen  poiché si chiama “Simbolo dell’Etna” e del Vulcano mutua gli intensi sentori sulfurei ben stemperati dalla marasca e spezie pungenti,  per poi arrivare in bocca con un sorso  nitido, schietto che di “Iddu” mostra tutta la  personalità. Questa chicca che noi di Wining abbiamo avuto il privilegio di assaggiare in anteprima per raccontarvela, andrà in commercio il prossimo autunno.
Degne di nota, seppur senza rubare il posto d’onore al nascituro, anche tutte le altre etichette degustate. Il nostro percorso ha avuto inizio con Le Sabbie dell’Etna Bianco Doc 2017  che subito ci ha immersi nell’Universo dei bianchi etnei, a volte un po’ scomposti come uno scolaro discolo, ma che una volta richiamati all’ordine mostrano la loro spiccata personalità che inizia con un naso intensamente lavico e prosegue con un palato di grande freschezza, ampiezza, sapidità, acidità e persistenza.
A seguire fa da contraltare il Cavanera Ripa di Scorciavacca  Etna Bianco Doc 2017, un vino centrato, freschissimo al palato e perfettamente in linea con il carattere che ci si attende da un bianco etneo. Un classico esempio di ciò che dovrebbe far comprendere che i bianchi dell’Etna sono vocati alla longevità e che trovare annate precedenti a quelle in corso non dovrebbe far storcere il naso ai consumatori, ma, al contrario, far spuntare loro un sorriso.

Si continua con due bollicine Gaudensius, entrambi sboccatura 2015: una Blanc de Blancs  Metodo Classico Brut la prima, e una Blanc de Noir Metodo Classico Brut Etna Doc la seconda, che dopo l’iniziale stupore per essere state inserite a metà di una degustazione dopo due vini fermi  di grande personalità e carattere, hanno immediatamente svelato l’arcano. In  entrambi i casi, infatti, si tratta di due esempi di spumantizzazione che hanno dato risultati apprezzabili senza, tuttavia, penalizzare l’incisività del vitigno di provenienza che, risulta assolutamente presente e rende entrambe le etichette perfette “a tuttopasto” grazie ad un naso fragrante di crosta di pane e panbrioche e una bocca fresca, intensa e sapida dal sorso avvolgente e coinvolgente. Non relegatele  all’aperitivo.

Il discorso si fa ancora più intrigante quando assaggiamo

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la prima espressione di Sabbie dell’Etna – Etna Rosato Doc 2018, in cui un bel colore rosa buccia di cipolla che vira verso il rosa provenza, cela un naso fragrante di fragoline di bosco e melograno con sbuffi di vaniglia bourbon e fava tonka, per poi sorprendere il palato con una spiccata freschezza e sapidità che rendono il sorso armonico ed equilibrato. Splendido esempio di rosato etneo. Si continua con le Sabbie dell’Etna Rosso Doc 2017, rosso rubino con naso intenso di ciliegie e amarene sciroppate. In bocca il tannino si sente e, nonostante chieda ancora un po’ di riposo, non risulta invasivo riuscendo a restare composto. Lo “disturberemo” ancora quando avrà riposato. 
Per concludere grande ingresso per il Cavanera Rovo delle Coturnie Etna rosso Doc 2014 che offre un opulento naso di confettura di frutti rossi, con sentori di tamarindo, amarene sciroppate e sbuffi di vaniglia e cannella, prezioso dono dei nove mesi in tonnò.  La bocca è fulgida e riluce di una  freschezza e mineralità sorprendenti soprattutto se rapportate allo scorrere del tempo che, in questo caso, ha impreziosito il sorso rendendolo una perla rara per intenditori. Splendido.

Per non farci mancare nulla abbiamo anche assaggiato la cucina del Cavanera Etnea Resort & Wine Experience , perché all’interno di questa struttura mastodontica, dal design avanguardistico, il cui spazio esterno  affaccia sui vigneti in cui lo sguardo si perde a vista d’occhio,   c’è anche il ristorante  “La Riserva Bistrot”, alla cui guida c’è lo chef Costantino Laudani che ha fatto della freschezza e della agilità le parole d’ordine della sua cucina. L’uso di verdure insolite rigorosamente di stagione, come le carote viola, i pomodori verdi, la misticanza, unite ad erbe aromatiche hanno reso ogni piatto un vero trionfo di sapori, profumi e colori. A cominciare dall’entree di  chutney di cetrioli con cialda al sesamo e all’insalata di ortaggi  e tofu marinato, per proseguire con i maltagliati di perciasacchi ai tre pomodori e  il seitan brasato con gazpacho di pomodorini all’acqua di mare e pepe di Sezchuan, per concludere con un budino di pesche di Moio con gelatina di vino e crumble alla vaniglia, ogni piatto del menù veg ,preparato su richiesta,  ha rivelato grande dimestichezza con le materie prime e  i metodi di cottura per valorizzarli, oltre che grande sensibilità nel saper mettere a proprio agio qualsiasi cliente, mantenendo integra l’architettura del menù pensata per i commensali onnivori. Un grande plauso oltre che alla bravura, va dunque, alla sensibilità,   dote imprescindibile per uno chef, non sempre scontata. 
Altro, non trascurabile, motivo per cui “il posto vale il viaggio”.