di Jenny Gomez
“Ci vuole un fisico bestiale!”.
Questo potrebbe essere il ritornello-slogan da associare a un’esperienza di un giorno alla scoperta di Expo 2015, il sito espositivo di Rho (Mi) che  si estende su circa 1 milione di metri quadrati spalmati tra Cardo e Decumano, il tutto ispirato al castrum romano. 350 metri da nord a sud  e circa 1,5 chilometri da est a ovest, percorsi per ben 4 volte a piedi dalla sottoscritta, senza People Mover: la navetta gratuita che compie un percorso circolare lungo il perimetro della fiera. A piedi, perché solo camminando si fa “scouting” delle curiosità proposte dai 145 paesi partecipanti. Ma è evidente che a Expo bisognerebbe andarci avendo almeno tre giorni a disposizione. Per fortuna, c’ero già stata in occasione dell’inaugurazione del padiglione del Vino, a maggio. Questa seconda missione di lavoro mi ha visto portavoce del progetto “Abruzzo Gluten free”, con cui il “vinosofo” Franco D’Eusanio, titolare dell’azienda biologica Chiusa Grande, (già oggetto di altri nostri reportage), ha proposto “i vini della pietra” –  vinificati in vasche di pietra di Pietranico, località del pescarese prossima a Nocciano, dove ha sede Chiusa Grande –  in  abbinamento ai piatti senza glutine della simpatica e brava chef Simona Ranieri. L’iniziativa fa capo al Polo per l’Internazionalizzazione Abruzzo-Italy, un consorzio di imprese innovative appartenenti a vari comparti, ed è stata presentata al padiglione degli Agronomi e presso Casa Abruzzo a Brera, con un cooking show.

Decisamente singolare il menù di “Abruzzo Gluten free”: pizza gialla sbriciolata di granturco con baccalà allo zafferano e risotto di grano saraceno con fonduta di Pecorino di Farindola, liquirizia e pesche caramellate,  abbinati a due vini autoctoni: “In Petra”, il bianco Trebbiano e il rosso Montepulciano d’Abruzzo, vinificati nella pietra. Omaggio a una  pratica ancestrale quasi del tutto scomparsa, ma dall’inestimabile valore agro-antropologico e con risvolti sorprendenti  sul  piano della caratterizzazione organolettica dei vini che ne derivano. Sapidità, mineralità, corpo e persistenza olfattiva sono i tratti distintivi dei “vini della pietra”. Poche le bottiglie in commercio dal mese di ottobre, da reperire presso enoteche e ristoranti gourmet. Tutto rigorosamente bio e autoctono.

01-Padiglione VietnamAll’insegna del villaggio globale è Expo 2015. Musica, balli e parate, specie quando si celebra un  National Day (sono capitata in occasione di quello del Regno del Bahrain). Tripudio di colori, folla e file, per chi non è munito del pass Media. A forza di camminare vengono i crampi allo stomaco, quindi occorrono un po’ di quattrini per assaggiare tutto quello che vi passa per la testa, non sempre gratis e non sempre a buon mercato. In questa cornice e con queste premesse occorrerebbe fare le doverose riflessioni sui modelli alimentari e sull’ecosostenibilità. Ma, per paradosso, come risaputo, sono temi che passano spesso in secondo piano, perché il Salone Universale è anche business. E subito ve lo ricorderanno  se entrerete da Sud, ingresso Merlata. Dopo il parcheggio, l’Adidas mette i visitatori a proprio agio offrendo il “cambio gomme”, perché la fiera bisogna girarla comodamente. Allora, chi lo desidera compila un modulo, lascia le proprie scarpe e indossa quelle offerte dalla casa: tanti modelli, tanti colori e calzini compresi. Basta che fate pubblicità, comodamente, e che riportate indietro la moderna calzatura quando finite il giro dei padiglioni.

Sui padiglioni si sono scritte tante cose e stilate tante classifiche. Quindi, lascio agli altri il gioco della top ten. Ho nel cuore, non per patriottismo ottuso, il padiglione Italia. Un concentrato di tecnologia che ho avuto il privilegio di visitare accompagnata da uno degli architetti che l’hanno progettato. Il padiglione del vino, “Vino, a taste of Italy”, è bello, ma a mio avviso non abbastanza coinvolgente. Significativi i pezzi esposti del Museo del  Vino Lungarotti e fortunatissimo l’incontro con le proprietarie.  09-Padiglione del Vino Divertente e superaffollato il Brasile. Senza  scale di accesso o rampe,  bensì una rete sospesa su cui arrampicarsi per entrare. Evocativo e invitante il giardino giallo antistante le sinuose cupole del  padiglione cinese. Affascinante la struttura degli Emirati Arabi,  che sembra vi inghiottisca appena oltrepassate le alte gole all’ingresso. Un tuffo nell’Africa nera rappresenta l’insospettabile Gabon, nel cluster del cacao. Ahimé, un po’ perso nello stereotipo l’allestimento della mia adorata isola natale: Cuba. Ripropone in maniera troppo semplice il “quadretto” sigari, rhum e musica (a palla). Ben fornito il mercato del bio, nel Parco delle biodiversità: peccato non avere tempo per fare la spesa. Di effetto l’architettura del padiglione russo, riconoscibile per il tetto a sbalzo lucido e mo’ di chiglia. Interessante e didattica l’area di Slow Food. Il “gioco dei sensi” merita davvero molto. Scoprirete quanto siete ancora capaci di riconoscere gli odori e le forme. Per la cronaca: sono più tattile che olfattiva.

Nella prossima visita, perché non c’è due senza tre,  il mio programma prevede la visita al rilassante bosco riproposto dall’Austria; una capatina per sperimentare le escursioni termiche del padiglione marocchino; un salto in Kazakhstan, Israele, Giappone e Regno Unito; una sosta al padiglione Zero e la chiusura del tour andando sulla terrazza più alta con vista sul Decumano, nel padiglione angolano. Prima, però, è doveroso degustare un cocktail a -10ºC nel  suggestivo I’Bar, da bere in bicchieri di ghiaccio. A cena qualcosa di bio e sfizioso, per contrastare il pranzo americano a cui non ho saputo resistere questa volta, presso l’USA Food Truck Nation. Cibo di strada a stelle e strisce. Semel in anno licet insanire.

Link
www.expo2015.org
www.chiusagrande.com
www.iloveglutenfree.co.uk
www.abruzzo-italy.net