di Umberto Gambino

Terre arse dal sole. Vive, selvagge, rigogliose, profumate, piene di contraddizioni. Terre in buona parte (ancora) incontaminate.  

roberto-ceraudoE’ questa la Calabria che ho scoperto, un po’ in punta di piedi, camminando su e giù per vallate, fra tralci carichi di grappoli baciati dalla natura, senza pretendere di insegnare qualcosa a chi, da decenni, lavora e fatica tra i campi.

Un “mini viaggio d’istruzione enologica” che mi ha portato a stretto contatto con una realtà per certi aspetti sorprendente. Il termine “realtà” da me usato non è casuale: spesso e volentieri chi giudica un singolo vino o il lavoro di un’intera azienda vinicola pretende di farlo con la sola bottiglia davanti e l’arnese di degustazione professionale (il calice) pronto a coadiuvarlo. Un’operazione svolta esclusivamente a tavolino, in maniera avulsa, direi asettica. Ebbene sì: confesso che anch’io sono inciampato spesso nel “peccato” (chiamiamolo così, come provocazione) della “degustazione tecnica” tout court. Però, dopo aver visitato e toccato con mano alcuni fulgidi esempi della Calabria del vino, devo fare ammenda.

Da buon cronista convengo con la “regola numero uno”: per quanto possibile bisogna andare sempre sul posto, dove nasce la notizia. E dove nasce ogni notizia del vino se non dalla sua terra d’origine? Detto, fatto.

Il mio tour calabrese si è svolto a vendemmia incombente o addirittura in corso (per alcune tipologie di uve a bacca bianca) nella fascia di terra compresa fra Cirò e Strongoli, in provincia di Crotone.

I vignaioli che mi hanno accolto sono tutti “gente che si è fatta da sola”, assai simili ma anche diversissimi fra loro. In ordine di apparizione sui solari scenari calabresi ho avuto la fortuna di conoscere e parlare a lungo con il vulcanico e onnipresente Roberto Ceraudo, il “viticoltore filosofo” dal nobile aspetto greco-albanese. Ricordiamoci che siamo in quella che era l’antica Magna Grecia. “Perché filosofo?”, chiederete. Semplice: perché quella di Roberto è una precisa filosofia di vita, integralmente votata alla terra, che dura da circa 40 anni e che sta (favorevolmente) contagiando i suoi tre figli, Giuseppe, Susi e Caterina.

Una sorta di “new deal” coerente e coraggioso, che lo ha portato a compiere scelte lungimiranti e premianti per il decollo e l’affermazione della sua azienda, oggi fra quelle più rappresentative dell’enologia regionale. Roberto è un “one man band” (atipico, dato che è ben coadiuvato dai suoi figli) che vive intensamente la terra, la vigna, l’uliveto, l’agriturismo, il ristorante, senza lesinare energie. Giorno per giorno, Roberto vive la gioia (gli si legge in faccia che è contento) di raccontare tutto di sé e dei propri prodotti a chiunque venga a trovarlo nella sua azienda di contrada Dattilo a Strongoli Marina.

Una trentina di chilometri più a Nord, sul versante ionico, si estende il territorio del Cirò, la più importante Doc regionale. Fra i comuni di Cirò Marina e Cirò Superiore la vista dei campi coltivati a vigneto si estende a perdita d’occhio, fra le colline ed il mare.

In via Tirone, nel centro storico di Cirò Marina, ho avuto il piacere di incontrare i fratelli Gianluca e Vincenzo Ippolito. Giovani, dinamici, dalle idee chiare e innovatrici, sono loro che tengono le redini della Ippolito 1845, diretta discendenza delle cantine Vincenzo Ippolito, le più antiche di Calabria. Ho visto e visitato la moderna cantina e i vigneti coltivati nelle colline a diverse altitudini. Non solo il Gaglioppo, vitigno principe. I fratelli Ippolito hanno puntato molto anche sul Magliocco, sul Calabrese, sul Greco Bianco. Principalmente gli autoctoni, ma una quota di terreno coltivato è stata riservata al vitigno internazionale Cabernet Sauvignon.

Tornando su per la statale 106 ecco un susseguirsi di cantine che hanno fatto la storia del Cirò. Qui l’appuntamento era fissato con una coppia (anche nella vita) di giovani entusiasti ed appassionati di questa terra: Francesco De Franco e Laura Violino. Lui calabrese, enologo, già affermato architetto; lei friulana, operatrice culturale. Insieme hanno fondato ‘A Vita, un’azienda al 100% biologica. La parola d’ordine per entrambi? “Favorire la biodiversità”. Ovviamente attraverso i vitigni autoctoni: innanzitutto il Gaglioppo, ma anche il Greco Bianco. Per loro è un’avventura che sta coraggiosamente sparigliando le granitiche certezze dell’ambiente enologico regionale. Sono “piccoli” per dimensioni, ma assai interessanti.

Il mio mini tour nel Cirò (ma mi ripropongo di visitare presto altre cantine) si è concluso poi con il mitico ed “enciclopedico” professor Nicodemo Librandi.
Potrei ben definirlo “il prof. del vino calabrese”. Professore perché ad un certo punto della sua vita ha lasciato l’insegnamento di matematica per dedicarsi totalmente alle terre di famiglia. Con il fratello Antonio ha messo su negli anni una vera e propria “potenza” enologica (Antonio e Nicodemo Librandi) che ha saputo unire al meglio quantità e grande qualità media di tutti i prodotti: scrivi Librandi e leggi Calabria del vino. Con lui abbiamo parlato tanto del Gaglioppo, del Cirò classico, della situazione della Doc alla luce del nuovo disciplinare (contrastato alla morte dal professor Nicodemo), delle nuove sperimentazioni su tutti i vitigni autoctoni calabresi pienamente operativa nel vigneto a “spirale magica” e di tanto altro ancora. Beh, il professor Nicodemo Librandi è davvero un professore di vigne e grappoli. Nonostante la vastità delle sue terre, mi ha davvero emozionato un aspetto: conosceva e dava praticamente del “tu” ad ogni filare, come se fossero davvero tutti figli suoi.

 www.dattilo.it

www.ippolito1845,it 

www.avitavini..it

www.librandi.it