di Germana Grasso

eatitaly-26Un air terminal abbandonato che cadeva a pezzi, oggi si propone come il tempio del gusto made in Italy, una delle espressioni dell’orgoglio nazionale. Il 21 giugno ha aperto al pubblico la sede romana di Eataly, riqualificando l’intera zona abbandonata della stazione Ostiense. A pochi metri, infatti, sorgeva una tendopoli occupata dai rifugiati afghani, perlopiù ragazzi, che hanno trovato ospitalità nell’istituto San Michele nel quartiere Ardeatino.
Poiché ricordo il degrado della zona e quell’enorme struttura fatiscente e devastata dall’incuria, vado a vedere i cambiamenti. Lascio in tasca il tesserino da giornalista e vesto i panni – per fortuna mai abbandonati – del cittadino critico e curioso che ama il posto dove vive. E mi rendo piacevolmente conto che è mossa da questo spirito la maggior parte delle persone affluite nel primo giorno di apertura.
Esternamente è stata rispettata la struttura costruita per i Mondiali di Italia ‘90, all’interno, invece, sono stati creati i piani per andare incontro all’esigenza di un moderno centro commerciale. Afferro un carrellino e vado alla scoperta dei reparti. Nella hall la “ruota delle stagioni” del Lazio indica quale frutta o verdura conviene acquistare nei vari periodi dell’anno. Una costante di Eataly, infatti, è sottolineare l’importanza della cultura del cibo per capire ciò che si sta acquistando. Settecento cartelli hanno il compito di illustrare al consumatore gli stili di alimentazione più corretti, nel tentativo di inculcare un modo più consapevole di nutrirsi e di fare la spesa. Ad esempio, “spendere meno, spendere meglio”, mi sembra un buon consiglio.
Sotto graziosi chioschi ci sono i banconi di frutta e verdura e gli orti di Slow Food. Non manca anche la frutta secca nazionale sfusa, tra cui spiccano i pistacchi di Bronte, le conserve, le confetture e la frutta sciroppata al vino o in grappa. Il latte e lo yogurt sono a chilometro zero e nei prossimi giorni sarà possibile acquistare il latte spillato al momento in vetro. Tra le chicche trovo in barattolo le “belle” di Cerignola, le grandi olive verdi dolci originarie di questo paesino pugliese, l’orzata di Moncalieri senza coloranti e conservanti ed il chinotto di Savona, un presidio Slow Food per un agrume coltivato sulla Riviera Ligure di Ponente.

Al piano superiore c’è un ampio reparto dedicato a salumi e formaggi: la mozzarella di bufala campana, quella del Consorzio, è in buona compagnia tra il Bra ed il Fiore sardo dop, il prosciutto di Bassiano, la bresaola della Valtellina e specialità regionali. Per i palati più curiosi, c’è la selezione di prodotti esteri, tra cui jamon iberico confezionato. Distribuiti su quattro piani, c’è la possibilità di saziare la fame in ventitré punti di ristoro, dal semplice panino imbottito alla carne nazionale, dal pesce crudo al classico cuoppo fritto, dai piatti di pasta di Gragnano alla piadina romagnola, dalla pasticceria mignon al gelato artigianale e alle granite fatte al momento. Pane e pizze sono sfornate a getto continuo e c’è un’area dedicata all’olio extravergine d’oliva, con tanto di mappa che ne spiega la provenienza.
Proseguo il tour nel reparto birre. C’è una buona scelta di birre artigianali e trappiste. C’è la belga Duvel, dal colore dorato chiaro velato e dalla nota ferrosa con sentore di banana ed ananas, ottima abbinata alla porchetta di Ariccia (c’è anche quella). Tra le birre artigianali locali c’è la gustosa gamma della Birra del Borgo, che si produce vicino Rieti. La “ReAle”, non filtrata e non pastorizzata, ha un bel colore ambrato, schiuma a grana fine dovuta alla fermentazione in bottiglia, complessa nei sentori di rosa ed agrume candito, di pesche e mele cotogne. Dalla prossima settimana la Birra del Borgo, con Birra Baldovin di Cuneo e l’americana Dogfish Head, avvierà in sede la produzione di una birra artigianale sotto il marchio “Birreria di Eataly”.
Il reparto vino è suddiviso per regioni per tutte le tasche. In scrigno di legno l’Amarone della Valpolicella Doc Classico Riserva Costasera 2006 della cantina Masi di Sandro Boscaini, chiamato anche mister Amarone. Dalla Campania la Falanghina di Feudi San Gregorio e dalla Sicilia l’Igt Zibibbo Lighea 2010 di Donnafugata. E poi la Barbera d’Alba di Giovanni Cordero di Montezemolo, che gestisce l’azienda con i figli Elena ed Alberto e la cui Barbera d’Alba Doc Superiore Funtanì 2008 è stato premiata con la Golden Star dalla Guida del Touring “Vini buoni d’Italia”. Accanto al reparto un’aula per i corsi gestita dall’Associazione Italiana Sommelier. Infatti ad Eataly si terranno lezioni su vari aspetti del buon bere e del buon mangiare. Per questo l’ultimo piano è stato destinato ad aule attrezzate per corsi di cucina, un centro congressi, un ristorante gourmet “Italia”, dove incrocio Oscar Farinetti, l’imprenditore che ha riplasmato questi 17mila metri quadrati di struttura. Farinetti illustra con fierezza la prima installazione artistica di Eataly dal titolo “L’Unità della biodiversità”: su una parete bianca un’opera di Giorgio Faletti che riproduce la bandiera italiana al centro ed intorno pietre provenienti da tutte le regioni.
Poco distante, al centro dell’area didattica all’ultimo piano, si trova il tavolo per i “dieci fortunati” (ed anche facoltosi, direi io). Infatti a questo tavolo siederanno coloro che  riusciranno ad aggiudicarsi all’asta (a partire da 300 Euro) una cena con uno degli chef stellati invitati nella struttura. Il ricavato sarà devoluto in beneficenza. Quando il buono fa del bene!
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