di Monia Zanette
“Anselmo Paternoster, classe 1898, pioniere della viticoltura, cavaliere di Vittorio Veneto”. Sorrido nel pensare che il vino avvicina le persone involontariamente, già in tempi non sospetti…
Io, proprio di Vittorio Veneto, dove Lui, nonno Anselmo, combatté la Grande Guerra e poi, la scuola e l’amore arrivarono da Conegliano e, come destino già scritto, ancora un “ritorno” al Veneto con la bellissima famiglia Tommasi Viticoltori, quella storica dell’ Amarone.

Giancarlo Tommasi e Anselmo Paternoster

Due nomi fra i più importanti nel panorama vitivinicolo italiano che, attraverso passaggi generazionali fatti di cultura, duro lavoro, tecnici, manager ed oggi voglia d’innovazione, hanno mantenuto, come basi solide ed insostituibili, l’immutato spirito di rispetto per le aree, i vini e le persone. L’abbraccio e gli sguardi fra Giancarlo Tommasi e Vito Paternoster, nominando sempre Fabio Mecca, enologo e nipote di Vito, è esemplare e segno di stima reciproca.

Vito Paternoster

 

 

 

 

 

 

Siamo al Merano Wine festival, ma l’immaginario ci trasporta in Basilicata, terra degli antichi Liky, dove, fino a poco tempo fa, il turista passava senza immaginare quanta storia e natura potesse nascondere l’entroterra. Troviamo il Monte Vulture (1.326 metri), dal latino avvoltoio, un tempo confine tra Puglia e Lucania, isolato all’estrema destra dell’Appennino. Una terra difficile, tanto descritta da Orazio, segnata nei secoli da eruzioni, terremoti, e dall’ “infidus” fiume Ofanto con le sue frequenti piene, ma c’è anche l’Appia Antica che favoriva gli scambi passando ai piedi del vulcano, ora silenzioso, e qui l’Aglianico, quello fra i migliori del sud, a raccontare la sua storia.

E se agli uomini antichi dell’ età litica fu forse concesso di vedere le ultime luci di quel vulcano che per secoli dominò con terrore e potenza, con lava o materiale piroclastico, a noi oggi la maggior fortuna dei laghetti craterici di Monticchio, di sorgenti naturali minerali e termali ed un monte che impera maestoso con la sua bellezza e la ricchezza donate alla terra, terra di Aglianico.

E poi Barile (Potenza), un paesino il cui nome forse racconta di pastori e del dazio per la transumanza o forse, di grotte scavate nel tufo per ospitare albanesi e greci fra il 1500 e il 1800, ma anche di colline da cui si vede l’Adriatico e di uno stemma, un barile, a dire “qui il vino è storia antica”.

Dal 1500 il nome Aglianico: forse da Elea, antica città o da Hellenico trasformato dal linguaggio volgare spagnolo dove la doppia “L” diviene “GLI” ; etrusco o greco; Falerno o Cecubo ha sempre goduto di grandissima fama ed oggi, la verticale Paternoster, ci racconta il vitigno più fedele del Sud.

1985 : debutta il Don Anselmo in memoria del sapere del nonno.

“Attenti a quelle vecchie vigne perché il loro frutto blu intenso, se vinificato a parte, darà un succo eccezionale”.

Filo conduttore:
-i sali minerali del generoso Vulture (ferro, magnesio, olivina,…) ed il tufo che aiuta nelle annate più siccitose;
-selezione vecchie vigne: 40-60 anni; vari terreni ma il prescelto è Contrada Gelosia; c.a. 600 m.; 35-40 q.li /Ha;
-tensione acida; frutto e tannino esprimono l’annata; vendemmia circa fine ottobre;
-fermentazione 15-20 giorni in acciaio; elevazione in botti e barrique; 12 mesi almeno di affinamento in bottiglia;
-qualità e persistenza costanti; l’eleganza sempre il primo obiettivo.

2013
Un cavallo di razza in cui compaiono tutte le caratteristiche dell’Aglianico giovane. Purosangue rubino; con le sue sfumature sembra quasi riflettere la luce. Un viaggio nel bicchiere protratto a forme eleganti e vigorose: potenza in tannino ed acidità; rosa e mirtilli, mora, prugne, mentolato e di grande lunghezza espressa nelle note minerali. Profilo elegante, dal valore internazionale, ancora mascherato dalla forza.

2012
Colore quasi impenetrabile. Denso al naso e scalpitante in bocca: corposo, ricco , acidità pronunciata e tannino leggermente asciugante più che astringente. Marasca, tessitura di vegetazione mediterranea e ancora violetta, fiori secchi, zenzero e liquirizia. 

2010
Rubino invitante, incandescente! Complesso e strutturato; tannino ben presente ma raffinato allo stesso tempo. Integra la sensazione di frutta tipica su cui spicca il mirtillo; cornice balsamica, speziatura dolce e pepe nero; caldo e succoso. Viziata dalla potenza dell’Aglianico sorseggio la sua freschezza ed accetto la sua forza (fra i miei preferiti!).

2007
Una bella annata che qualche bottiglia decide di non rendere codificabile al naso, quasi a voltarci le spalle. Ma in bocca … spinge la sua polposità con energia! Dolci i frutti, neri e succosi accompagnano il tannino prima deciso e poi armonioso. Un vino vendemmiato all’asciutto, carico nel colore, intenso nel sapore, ricco, morbido e avvolgente che chiude sulle note minerali con eleganza.

2006
Un rosso sincero che paga il prezzo dell’annata piovosa. Esile, sembra più equilibrato e composto perché il tannino è pronto e ci accarezza, ma non posso definirlo elegante poiché mi risulta un po’ sottotono. Prugna e spezie dolci; note affumicate, tabacco, caffè.

2004
Colore vivo, un rubino ancora invidiabile. Carezzevole il suo profumo: frutto maturo e note vanigliate. Un vino “mediterraneo” ma fresco negli aromi; affascinante e discreto il fruttato con dominanti note fumè, balsamiche e mentolate. Scattante e persistente l’insieme è comunque un gusto rotondo.

1997
Ancora una volta la già grandissima ’97 va ben oltre le aspettative così come l’Aglianico. Il cuore è rubino ed il tempo appena lo tinge di granato, ma così vivo da accentuarne bellezza e valore. Una freschezza ossidativa accattivante, un gioco fra presente e passato dove il naso riconduce all’evoluzione con estrema pulizia. Un tannino che ha perso l’austerità, ed un palato incredibilmente ricco di freschi frutti rossi in armonia con spezie dolci e tabacco. Franco e di raffinata nobiltà …

… perché un BUON Aglianico dovrebbe temere il confronto con i più rinomati rossi del mondo?!?

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