di Gianluca Morino

“Un Maestro, un grande uomo
Grazie di tutto Domenico
Siamo cresciuti ad Arte”

Cosi ho esordito ieri, appena saputa la triste notizia che era già nell’aria da qualche ora.
I social sono invasi di foto, di ricordi e di frasi dedicate a Domenico, molti produttori ne stanno scrivendo perché hanno avuto tante possibilità di confronto e tanti momenti conviviali con un bicchiere in mano di vino buono.
I giornalisti ed i siti istituzionali stanno parlando de “il più importante produttore di Barolo”, “un grande vignaiolo”, “uno tra i più importanti Barolo Boys”.

Tutto vero. Ma io sposterei il ricordo su un altro piano che è quello umano; Domenico era un grande uomo, un contadino vero ed andava fiero di avere le vene intrise di sangue langhetto e lo rimarcava spesso anche se ormai era conosciuto e presente nelle migliori carte dei vini del mondo.

Prima ho scritto “vino buono” perché è sempre stato il suo cruccio e spesso a noi giovani produttori diceva che “prima la qualità poi tutto il resto, vanta fele bon”.

Personalmente, ho tanti ricordi di lui sin dal periodo in cui ero ad Alba alla Scuola di Enologia, quando iniziavamo a sentire e vivere il fenomeno Barolo Boys dall’interno, frequentando le colline e visitando le cantine che si affacciavano alla nuova era del Barolo.

E proprio Arte, che ho citato nel post iniziale, segna l’inizio del percorso nel mondo del vino mio e dei miei compagni di scuola: poiché adolescenti, eravamo ancora troppo giovani per apprezzare i Barolo dell’epoca. Quel vino era ciò che volevamo fare ed imitare: era innovazione, aveva una facilità di beva sconosciuta per un grande vino, indicava la via che stava prendendo la Langa in quegli anni, ma soprattutto l’era bon.

Con noi giovani produttori dell’epoca aveva sempre un occhio di riguardo perché in noi vedeva lui stesso, quel Domenico che aveva iniziato da zero e che, pian piano, aveva realizzato il sogno di fare grandi vini: ricordo ancora quando in una degustazione a Mantova, nel 1999, prese la parola e mi presentò alla platea, che non conosceva assolutamente la zona di Nizza, come “un binomio che farà strada” tenendo in mano una bottiglia del mio Neuvsent 1996.

PercristinaUn ricordo, che ora diventa triste, sono le parole che Domenico disse una sera a Fiammetta Mussio parlando della sua totale incapacità di conservare un vino in cantina per il giusto tempo: Domenico le regalò una magnum di Percristina 2001 dicendole: “Con questa ci riuscirai perché desidero che tu la apra dopo la mia morte”.

Sarà uno struggente piacere aprire e condividere quel Barolo e sarà come avere Domenico di nuovo accanto, sorridente e puro con il suo dialetto diretto.