di Silvia Parcianello

1-veciaSe la sera del 5 gennaio passate per le campagne del Veneto e del Friuli, sentirete una strana sensazione. Odore di bruciato al naso, nebbia anche più fitta del solito (perché rafforzata dal fumo) e in ogni paese un luminoso e scoppiettante falò,  il panevin. Ogni panevin è sovrastato da un fantoccio con sembianze di una vecchia signora, “a vecia” per l’appunto, che brucerà assieme al falò e da non confondere con la befana che invece nella notte continuerà a scorrazzare indisturbata sulla sua scopa per distribuire dolci.

È una tradizione antica quella del panevin, che risale a migliaia di anni fa, quando già si bruciavano i fuochi sacri al dio pagano del fuoco, Beleno. Nelle terre dell’estremo Nordest d’Italia i vecchi saggi del paese si radunano attorno al panevin e invocano il Signore con canti in cui chiedono che l’anno venturo porti con sé cibo se non in abbondanza, almeno sufficiente per sfamare le famiglie. Dalla direzione che prenderanno le faville prodotte dal fuoco è tradizione prevedere quello che porterà l’annata agraria. Se andranno a Ovest, verso il lago di Garda, il raccolto andrà per il meglio, se invece andranno a Est, verso il Friuli, o verso il mare, sarà possibile che d’estate arrivino dei temporali che devasteranno i campi e i vigneti. Sembra una superstizione inspiegabile eppure, statisticamente, le cose tendono ad andare proprio come prevedono le faville decantate dagli anziani.

La tradizione più dolce della notte dell’Epifania è quella della pinza. In queste terre contadine il panevin è legato a doppio filo alla pinza, un dolce semplice, preparato con farina di frumento e di mais, a volte con polenta e addolcito da frutta secca e zucchero. La pinza era il dolce che veniva mangiato a Natale prima dell’avvento del panettone, era quel “pane dolce” arricchito che nell’antica Roma si mangiava il 25 dicembre durante la festa del sol invictus e che ogni  regione italiana ha oggi nel suo bagaglio di tradizioni gstronomiche: pensiamo al panforte, al panpepato, al panspeziale, ai più moderni panettone e pandoro.  Per far festa seriamente è raccomandato mangiare sette pinze diverse, e non è poi così difficile visto che ogni casa e ogni fornaio ha una ricetta diversa: ogni volta che la si fa è diversa perché, davvero, ci si può mettere, come da tradizione, tutto ciò che si ha in casa e che piace.

L’usanza dei sette tipi di pinza risale a quando i panevin si facevano in ogni casa contadina e i ragazzi ancora celibi andavano a “chiamare il panevin”, cioè ad assistere al fuoco e invocare i cori, in sette case diverse, mangiando in ciascuna una fetta di pinza con le persone di quella famiglia. In questo modo gli scapoli avrebbero avuto occasione di incontrare un giovane fanciulla da sposare. Oggi è del tutto diverso: il panevin di regola è organizzato dal Comune e le ragazze sono addirittura scherzosamente invitate a star lontano dal fuoco per evitare di essere bruciate insieme alla vecia , ma la tradizione delle sette pinze è rimasta.

Per chiudere in dolcezza vi propongo la ricetta di una tipica pinza con la zucca ma badate bene: è solo una traccia perché la vera pinza nasce dai gusti, dalle abitudini, dalla fantasia di chi la prepara. Polenta, zucca, mele, tutto è concesso per arricchire il nostro pane dolce di Natale che non è andato perduto ma solo posticipato alla sera dell’Epifania.

INGREDIENTI

250 g di farina di frumento
250 g di farina di mais
500 g di zucca cotta in purea
½ bustina di lievito in polvere
50 g di olio
100 g di zucchero
150 g di uva sultanina
30 g di pinoli
150 g di fichi secchi
2 mele
Grappa
1 cucchiaio di semi di finocchio

Preparazione

5-pinza e zuccaPrima di  tutto bisogna cuocere la zucca in forno per 20 minuti e ridurla in purea. In un bicchiere lavare l’uva passa e poi irrorarla di grappa. In una ciotola radunare tutti gli ingredienti, le farine, la purea di zucca, le mele a pezzi, i fichi secchi a pezzi , l’uvetta con tutta la sua grappa e mescolare ottenendo così un composto consistente ma cremoso. A questo punto il composto va versato in una pirofila o una tortiera ricoperta di carta a forno e cotta per almeno un’ora a 160°, finché prenderà un bel colorito marroncino. Lasciare raffreddare e fare attenzione a non mangiarne troppa.