di Marilena Barbera

Dal mio piccolo osservatorio di vignaiola in viaggio, sempre più mi rendo conto che parlare di Sicilia come di un unico grande contenitore non renda giustizia alla enorme diversità di climi ed esposizioni dell’isola che rende molto difficile, per chi è lontano, comprendere come sia possibile che i vini prodotti a Trapani siano così diversi da quelli fatti a Ragusa.
La comunicazione dominante, che parla in massima parte di Sicilia e in minima parte di zone viticole siciliane, non contribuisce a risolvere questo problema.
Certo, Sicilia è un oggetto geografico facile da capire: è un’isola con una forma simpatica che si vede bene nelle cartine, ha generato nel tempo aneddoti divertenti, ancora oggi una delle cose che fanno gli stranieri per ridere (ma forse mica tanto) è l’imitazione del padrino.

Lo stesso problema potevano avercelo in Piemonte, ma molto intelligentemente hanno fatto una scelta diversa. Nessuno oggi si sogna di chiedere ad un produttore di Barolo perché non fa uno spumante a base di moscato, per dire. E nemmeno pretendono da uno di Nizza che abbia vigneti di nebbiolo.
Faccio vini DOC Menfi dal 2004 e quando è uscita la prima etichetta con questa denominazione mi hanno preso in giro. Per la verità, mi hanno preso in giro per sette anni abbondanti. Mica gli italiani o gli stranieri, niente affatto. I compaesani.
Dopo nove anni da quella scelta si è costituita un’associazione di produttori che ha lavorato per un anno alla revisione del vecchio disciplinare. Oggi, finalmente, il nuovo disciplinare ha percorso tutto il suo iter di approvazione, è stato pubblicato in Gazzetta e ci è stata notificata l’autorizzazione a poterlo applicare già a partire da questa vendemmia.
Un disciplinare che nasce dalla sintesi di tante diverse esigenze e che è, quindi, una soluzione non rigida.
Ci sono tante cose in questo disciplinare che meritano due parole di spiegazione.

Ci sono molti vitigni autorizzati:
moltissimi, diranno alcuni. Vitigni che derivano da una sperimentazione di oltre quarant’anni su varietà differenti, non autoctone, che però hanno dato risultati da buoni a ottimi e aiuteranno (io lo spero) i viticultori che hanno investito in quelle sperimentazioni a raccogliere i frutti del loro lavoro.

Ci sono i miei vitigni del cuore: il perricone e il grillo, che prima – incredibilmente – non c’erano. C’è, finalmente, la menzione superiore per i bianchi longevi da affinamento. C’è, altrettanto finalmente, un bel punto fermo che stabilisce la possibilità di fare del vino passito e di chiamarlo passito, che prima il passito lo facevamo, ma potevamo chiamarlo solo vendemmia tardiva anche se non era vero. C’è la previsione dell’imbottigliamento esclusivamente nella zona di produzione.
C’è, soprattutto, la consapevolezza che questo è solo il primo passo. Ma è un primo passo per poter iniziare a parlare di Sicilia, della mia Sicilia, in maniera diversa.

Documenti:
Modifica del disciplinare di produzione dei vini a Denominazione di Origine Controllata “Menfi” http://www.gazzettaufficiale.biz/atti/2014/20140161/14A05281.htm