Concertisti e produttori del Rossese di Dolceacqua

di Mirella Vilardi
La novità è che, nel novero delle città che hanno prestato il nome a un vino, confondendosi con esso tanto da risultare, nell’immaginario collettivo, vino esse stesse, ci sarà a breve Dolceacqua. La DOC “Rossese di Dolceacqua”, abbandona in etichetta il nome del vitigno e diventa solo Dolceacqua, come dire un ossimoro, qualcosa che stride, difficile non ricordarlo.
Le motivazioni sono ovvie. Rossese qua, Rossese là, sempre più zone dell’estremo Ponente ligure coltivano e vinificano questa espressione autoctona di vite (in realtà censita come ligure dal Gallesio nella sua celebre, ottocentesca, “Pomona” ma di lontane origini greche), tanto che, i primi associati in consorzio, produttori delle valli Nervia e Verbone, si distingueranno con il nome del romantico centro ricco di storia, arte, peculiarità.

Sarà per il valore che do alle parole e alla loro musicalità, ma già nel nome Dolceacqua mi rimanda alla perfezione lirica del Petrarca. Inimitabile “Chiare, fresche et dolci acque”… una sensazione che, in più di un ritorno, ho riprovato nel guardare lo scorrere lento del Nervia trasparente sotto il ponte vecchio e quello nuovo.
A Dolceacqua, ormai mi permetto di ritornare senza avvisare nessuno. A volte giro per i vicoli “in incognita” come una gatta curiosa, sbircio nei tanti negozietti d’artigiani, assisto agli spettacoli in piazza d’estate, assaggio di tutto un po’. Altre volte trovo primario il contatto con le persone, il dialogo galeotto che aggiunge tasselli al mosaico della conoscenza e dell’affetto.

Questa volta, ed era di maggio, l’invito era di quelli irrinunciabili. Il gruppo “storico” aveva organizzato un concerto musicale nella vigna “Galeae” di Soldano. Un anfiteatro naturale, con le terrazze a fare da gradoni e le viti ad alberello, belle come possono essere a maggio, a rivestire la platea d’un tenero, elegantissimo, manto verde.

Galeae è uno dei cru che, insieme a Beragna, Arcagna, Luvaira, Pini, vanta ceppi anche di 120 anni e, per esposizione diversa e differente conformazione del terreno, conferisce quella unicità tipica di ogni etichetta, quelle sfumature quasi impercettibili ma importanti per il winelover più intransigente.

Concento in vigna a Dolceacqua

Galeae ci attendeva nella sua bella veste di primavera avanzata, come fosse un teatro greco, con la cavea in pietra come avevo visto a Siracusa e la scena in semplice terra battuta. Impeccabili, gli orchestrali, quindici professori d’orchestra della Sinfonica di Sanremo, si disponevano a semicerchio, un contraltare al pubblico nella vigna, un ipotetico abbraccio.

Vigneto Luvaira ad anfiteatro

Tutti gli strumenti ad arco della compagine sanremese, più il Bandoneon del direttore e solista Marco Gemelli, hanno proposto le più celebri musiche di Astor Pantaleòn Piazzolla (1921/1992), indimenticato riformatore del tango argentino, raccontate da Gemelli con trasporto emotivo e sensibilità capaci di predisporre all’ascolto, allo scorrere delle note sulla pelle fino a lambire le anse più suscettibili dell’anima. E cos’è il tango se non “una poesia triste che se baila”? La struggente “Adiós Nonino”, scritta da Piazzolla alla morte del padre amatissimo, la Milonga del Angel, parte di una trilogia, un racconto in musica, il più melodico e introspettivo Oblivion, e via dicendo, tra Libertango e Aconcagua, per un’ora e mezza che si sarebbe voluta infinita. 

Rossese assaggiati

Dopo gli applausi e i non sufficienti bis, per una breve camminata nella macchia mediterranea, diversa da ogni altra, così vicina alle Alpi, così vicina al mare, così aspra e così rigogliosa, profumata di ginestre, mentre le ombre della sera scendevano su Galeae, siamo stati guidati a Luvaira, esposta a ovest, ancora baciata dal sole, anch’essa di pietra e di viti, anch’essa tripudio di colori, di profumi. Emozioni rintracciabili nei bicchieri dove, generoso, era versato il Rossese, con i suoi sentori di rosa, di viola, in alcuni casi di ribes o di fragole. Tannico quel tanto che basta per ricordarci il suo essere un rosso di grande stoffa che può diventare un grande vecchio, monumento all’enologia più autentica al pari di certi alberi, certe viti, certi calanchi, che sono monumento alla natura, in questo lembo di terra trasudante tradizione, leggende, presenza di nobili, cavalieri e streghe, affascinante come le scritte del vento sulla roccia, come quello strano accento della parlata degli uomini, un poco francese, un poco sardo, un poco che viene da ancora più lontano.
I Rossese assaggiati, sono stati una bellissima conferma. Sapidi, terragni, voluttuosi e passionali, come il tango appena ascoltato. Si chiameranno Dolceacqua. E’ questa la novità.

Foto Credits: Ringraziamenti a Eugenio Conte per le sue foto gentilmente concesse