di Silvia Parcianello

couscous-03Sono i colori il ricordo indimenticabile di San Vito lo Capo: il bianco abbacinante delle case e della sabbia, le infinite gradazioni di turchese del mare, che sotto il sole di mezzogiorno sembra una lastra di cristallo.
Nella settimana appena trascorsa a questi colori se ne sono aggiunti altri. Primo fra tutti l’oro della semola grossa che, incocciata (lavorata con acqua) da mani esperte dà origine al cous cous. E poi i colori sgargianti dei vestiti di rappresentanti delle varie nazioni che, anche quest’anno, per la quindicesima volta, hanno dato vita al Cous Cous Fest.
Costa d’Avorio, Egitto, Francia, Israele, Italia, Marocco, Palestina, Senegal e Tunisia; nove Paesi che si sono sfidati in 30 diverse preparazioni del celebre piatto dal colore dorato, declinato in  tutte le varianti, dal piccante, allo speziato al dolce. Ecco allora il cous cous della Costa d’Avorio, con verdure e salsa piccante, quello al tonno e finocchietto, dal sapore pantesco e quello della Guinea con carne profumato ai datteri, solo per citarne alcuni.  Per la cronaca, il premio della giuria tecnica, presieduta dal giornalista ideatore del congresso Identità Golose, Paolo Marchi, è andato per la seconda volta consecutiva alla Francia, che si è presentata con Alice Delcourt, chef del ristorante Erba Brusca di Milano, con il suo cous cous al limone candito, spezie, erbe fresche e mandorle con agnello confit. Il piatto forse poteva sembrare leggermente kitsch, con un cosciotto di agnello confit adagiato sopra la semola e guarnito con fiori di hibiscus ma chi ha avuto la fortuna di assaggiarlo assicura che la combinazione di sapori ben sposava l’arte francese della cottura della carne con la tradizione magrebina dell’uso delle spezie.

Per la giuria popolare, invece, i finalisti sono stati l’Italia, poi risultata vittoriosa, con il cous cous con rombo e gelatina di finocchietto, il Senegal, che ha proposto un cous cous con filetto di merluzzo e verdure, e il Marocco, con il suo agnello con cous cous di datteri, kiwi e noci.
Tra quelli, pochi in realtà, che sono riuscita a provare io nelle varie case del cous cous dislocate in tutto il centro di San Vito assegno il mio personale premio a una preparazione del Marocco, a base di pollo, ceci, spezie e cipolla caramellata.
L’impressione comunque è che la classifica conti ben poco, quello che davvero si ricorda non è l’albo d’oro, sono i volti, i sorrisi, la fantasia senza limiti dei partecipanti. La semola dorata diventa una tela su cui gli chef possono fissare le emozioni proponendo i gusti tipici dei loro paesi di provenienza, creando così un mix interculturale che ha regalato al Cous Cous Fest il titolo di Festival della Pace e dell’Integrazione.
Il cous cous è un denominatore comune tra Paesi molto diversi per tradizioni e storia, passato e presente, religioni e credenze.
Inoltre c’è da dire che questo piatto ha mantenuto la sua connotazione etnica. Non si è diffuso nel continente e nei locali di tradizione italiana. Per poterlo gustare al meglio bisogna proprio venire in quest’angolo del trapanese, dove è quasi una religione. E allora, nella settimana a lui dedicata, via con le degustazioni, i laboratori gastronomici in cui chef affermati insegnano a incocciare la semola e a prepararla nei modi più impensati; uno su tutti Filippo La Mantia, chef nominato “Miglior ambasciatore del gusto siciliano nel mondo 2010”, ora insignito di una stella Michelin nel ristorante dell’Hotel Majestic di Roma.
A tutto ciò si uniscano trionfi di prodotti siciliani, olio, formaggi, pistacchio di Bronte in tutte le sue preparazioni, cassate e cannoli di ogni dimensione. Una festa di passione e di sensi. E’ curioso come il Cous Cous Fest si svolga all’inizio dell’autunno, come un prolungamento della stagione turistica, un’ultima grande, indimenticabile, festa prima che la splendida San Vito torni dei sanvitesi, così come il mare, dopo l’assalto dei turisti, torni dei pesci che lo popolano abitualmente. Non a caso, il fine settimana precedente il Cous Cous Fest, si svolge TempuRi Capuna, una sorta di dedica al pesce cappone, legittimo e gustoso abitante di questo mare di cristallo.
Ma questa è un’altra storia, che spero di potervi prima o poi raccontare…per quest’anno torno a casa con il sorriso e l’oro negli occhi e nel cuore.

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A proposito dell'autore

Silvia Parcianello

Silvia Parcianello Trevigiana, capelli rossi e lentiggini, anticonformista per natura, appassionata di cultura. Nei vigneti con i nonni prima di andare a scuola, Sommelier Fisar dal 2010, Docente e Degustatore Ufficiale, collaboratrice Slow Wine. Dal 2012 aiuto a selezionare ristoratori appassionati da inserire nella guida “Ristoranti Che Passione”. Una laurea in giurisprudenza per darmi rigore, una mente curiosa per tenermi viva, in ogni cosa cerco piacere ed emozione. Cibo e vino sono per me cultura, sentimento, nutrimento, passione. Amo i sapori decisi, le grandi acidità e le grandi dolcezze, i piatti tradizionali con pochi artifici, i prodotti di stagione e che esprimono identità del territorio. Si racconta che cucini piuttosto bene, ma solo per chi amo . Se sento il bisogno di nutrire una persona invitandola a cena significa che mi è entrata nel cuore. Nell’era del web e dei social resto legata alle sensazioni, che spero di riuscire a trasmettere con foto e scritti. Perché per me la gioia più grande è emozionare.

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