di Daniela De Morgex
Mi sorprendo spesso a riflettere sui valori fondanti di certi eventi a cui partecipo e sui quali ci si ritrova poi a scrivere in parecchi, ovviamente ognuno raccontando e valutando à sa façon personaggi, luoghi, degustazioni e magari splendide organizzazioni. E ciò è successo anche per il COUS COUS FEST 2019 di S. Vito Lo Capo, in provincia di Trapani.

I tre piatti finalisti al Campionato Italiano di Cous Cous

Essere in giuria per il Campionato italiano Bia Cous Cous che selezionava lo chef italiano chiamato poi a far parte della squadra Italia al Cous Cous Fest World Championship.
Incontrare ragazzi ricchi di entusiasmo, grinta e determinazione, giovani promesse della cucina italiana ai quali auguro un grande futuro perché veramente meritevoli di raggiungerlo. Ed intuire che qui la parola chiave è condivisione: condivisione di stati d’animo e di aspettative, di ansia, paura, speranze ed anche delusione. Ognuno di loro con caratteristiche e temperamenti diversi, ma tutti molto professionali e curiosi di sperimentare e di presentare la propria nuova creazione sperando di stupire giurati ed assaggiatori.

Anche se ne hanno già scritto, voglio ricordarli nuovamente i nomi di questi ragazzi: Massimiliano Poli (Milano), vincitore del Campionato italiano Bia Cous Cous, Salvatore Denaro (Messina), Carlotta Ricciardelli (Roma), Laura Bonoli (Bologna) e Marco Parenzan (Treviso) sono stati tutti gli chefs italiani “emergenti” di questa splendida edizione.

Grande vincitrice finale dell’edizione 2019 del Cous Cous Fest World Championship è stata invece la senegalese Mareme Cisse, del ristorante della Cooperativa sociale Al Karub di Agrigento, con il suo piatto “couscous di Falilou”, dedicato a suo figlio Falilou Diouf.

 

E’ veramente arduo trasmettere l’atmosfera coinvolgente della cittadina, in quelle giornate, soltanto attraverso un racconto: è tutto un gran fermento, una partecipazione diffusa dove tutte le cucine di S. Vito sono coinvolte nel tourbillon gastronomico dell’evento Cous Cous Fest.

Daniela con Massimiliano Poli, vincitore Campionato Italiano Cous Cous

Ho chiacchierato a lungo con persone appassionate ancor prima che bravi chefs, come Giuseppe Massimo Peraino del Ristorante Tannure e Vincenzo Caradonna de La Pineta, nonchè l’ormai “storico” conduttore della manifestazione e cittadino onorario di San Vito, Andy Luotto.
Perché cucinare, preparare il cibo, assaporarlo è un’esperienza che fa parte di tutti noi. Farlo insieme ad altri è uno dei momenti del vivere comune: la convivialità e l’ospitalità sono simboli forti ma naturali.

Da sempre l’uomo ha raccontato di banchetti e feste legati ad avvenimenti importanti, a momenti di incontro che restano incisi nella memoria. Oggi, rispetto a ieri, è il cibo stesso a diventare esperienza di
convivialità come protagonista della tavola e come stimolatore dei nostri sensi. E spesso oggi è la vista che primeggia rispetto al gusto, complici i socials ed i food bloggers che ne immortalano di continuo la bellezza attraverso la fotografia: si ruba l’immagine golosa in una sorta di viralità diffusa sul web che alla fine però spersonalizza, e a volte anche umilia, l’autore di tanta perfezione culinaria. Nell’attuale pseudo-condivisione social non è più il “reale” che si condivide ed alla fine l’unico senso che utilizziamo è appunto la vista.

In altri tempi si condivideva la ricetta ed il risultato restava nelle mani del suo autore che, se voleva, lo condivideva poi invitando amici, parenti o clienti: oggi il concetto di tavola e di cibo nel suo significato arcaico, cioè di presenza umana e di confronto verbale, è spesso assente. Nonostante tutto ciò, i socials (ed i media) permettono altro. Permettono l’incontro di culture lontane e di diversità. Permettono lo scambio di conoscenze e tradizioni, di esperienze e gusti diversi in un’atmosfera, a volte, di competitività sana ed interessante. Ecco, questo è il Cous Cous Fest …

Cous cous, piatto molto conosciuto nella nostra cucina, specie quella siciliana: fino a 40 anni fa i siciliani andavano e venivano dalla Tunisia e molti addirittura vi emigrarono, pertanto sono stati probabilmente proprio i siciliani a creare questo pietanza, magari con metodi e tempi differenti rispetto alla tradizione tunisina.
Il cous cous ha come base una semola impastata, attraverso il rituale dell’incocciatura, cioè la sgranatura a mano di questa semola, che dopo essere stata cotta col vapore di un brodo  di carne o pesce, viene poi
insaporita con spezie e verdure. E qui diventa simbolica anche la tipica azione aggregante della semola che poi dalla mano dell’uomo viene sgranata e riportata alla forma originaria dei grani disgiunti.

Uno scorcio di San Vito Lo Capo

In Africa e nei Paesi arabi il cous cous è servito in un grande piatto centrale da dove si attinge con le dita della mano destra prendendo il cous cous insieme a pezzi di carne o pesce. In questa maniera il cous cous diventa elemento di effettiva relazione sociale consumato nel contempo da tutti i commensali che entrano in diretto contatto col cibo, e a volte anche con le mani dell’altro, senza gerarchie né temporali né quantitative, a differenza delle civiltà occidentali dove, p.es., il capo famiglia veniva servito sempre per primo ed in maniera più abbondante rispetto agli altri componenti la famiglia.

Il cous cous è il piatto che ha condotto alla koinè storica e gastronomica dei popoli del Mediterraneo, una cultura versatile alle esigenze dell’uomo che si spostava di continuo: in fondo è la metafora dell’immigrazione, l’alimento simbolo del migrante, in una visione in cui il cibo torna ad identificarsi con una cultura specifica perché non si può negare l’esistenza di un vero e proprio shock culturale quando si vive quel sentimento di spaesamento e di incapacità a comprendere i nuovi meccanismi sociali in cui si è inseriti.

Pertanto condividere un’abitudine alimentare rappresenta un atto di grande accoglienza ed accettazione di ciò che è diverso da noi, è un preciso messaggio di volontà di integrazione sociale e culturale dove la miglior risposta dovrebbe risiedere in un rispetto reciproco. Un pasto consumato insieme costituisce quindi un momento di incontro fra diverse culture e ne favorisce l’integrazione, così come la commistione culturale genera sempre anche contaminazioni culinarie. Ed è perciò che, all’insegna della solidarietà fra i popoli, ho trovato perfetto il motto creato per questa edizione del Cous Cous Fest : MAKE COUS COUS NOT WALLS.