di Marilena Barbera
Te ne stai seduta in classe economica su un volo United, che a Denver fa hub e quindi costa il giusto e ad un certo punto senti il vento forte che dalle Rocky Mountains soffia fresco e turbolento, e sai che staidenver-03 per arrivare. Fuori dal finestrino solo il deserto, a perdita d’occhio, e il cielo sconfinato nel quale puoi perderti e ritrovarti, e che solo qui esiste per davvero.
Respiri l’aria familiare delle cittadine di provincia, e comunque sono quattro milioni di persone. Una comunità eterogenea, a metà tra la voglia di inseguire il sogno americano e il desiderio di fermarsi e mettere radici, come succede un po’ dappertutto da queste parti. Per le strade vedi asiatici e nativi, giunti dalle riserve troppo strette e ghettizzanti, latinos ed europei. Neri pochi, per qualche insondabile ragione.
A Denver la marijuana è legale, la musica è legale, l’alcol è legale, persino parlare al telefono mentre guidi un’automobile col cambio automatico è legale. Vivere ognuno come gli va, una convivenza fluida e scorrevole solo sporadicamente interrotta da lampi di inconsulta follia, che nessuno, se glielo chiedi, sa spiegarti perché, dato che Denver è la sesta città degli States per qualità della vita: una specie di San Francisco degli anni settanta senza la nota hippy e creativa di quel periodo. Enjoy life, tutto qui.

E in questo godersi la vita ci sono il cibo e il vino. Più di tremiladuecento ristoranti, aperti ad ogni influenza di stile, gusto, ispirazione, dove i sapori assomigliano alla cucina di provenienza ma poi vengono reinterpretati con la noncuranza sbarazzina di chi non ha una tradizione da difendere a tutti i costi.
La Denver Restaurant Week è il momento di ribollente euforia in cui tutti escono di casa, tutte le sere per due settimane, e approfittano dei menu a prezzo calmierato per provare nuove tavole, discutere del cibo e del vino in abbinamento, stare con gli amici: un’orgia di convivialità che rende la vita difficile a chi nei ristoranti ci lavora, ma di cui nessuno, anche tra i big, riesce a fare a meno. E allora le code interminabili e le prenotazioni con giorni di anticipo per conquistare il tavolo migliore, la degustazione a posti limitati, le winemakers dinners.
La prossima Denver Restaurant Week si svolgerà dal 23 febbraio all’8 marzo 2013.
I ristoranti più quotati, quelli che mietono premi ogni anno, sono Fruition, Frasca, Mizuna, Table 6, Potager per dirne alcuni, dove si mangia meravigliosamente con buona pace di quelli che l’America solo hamburger e pollo fritto. Ma non sono gli unici dove mi piace andare.
C’è un’autentica trattoria siciliana nella zona di East Colfax, gestita da un palermitano verace che cucina come cucinava mia nonna e fa la parmigiana di melanzane e gli anelletti al forno. Si chiama Locanda del Borgo, che mi ricorda il Borgo Vecchio, un quartiere popolare e coloratissimo di Palermo dove fanno mercato tutti i giorni e tutte le notti.
C’è Bella Bistro a venti miglia fuori città, ricavata da una vecchia gas station degli anni cinquanta, con il forno a legna e la cucina a vista e il privilegio di sederti al bancone a chiacchierare con Shelly, la chef, mentre spignatta e magari dividerti con lei un bicchiere di vino e un trancio caldo e croccante di focaccia.
Ci sono le terrazze sulla Larimer, come quella di Rioja e dell’Osteria Marco, dove amo godermi il sole primaverile mentre la neve si scioglie lentamente, col sottofondo di piccoli piatti e vini rosati.
C’è il vino, ce n’è tanto a Denver, e non ci sono solo i nomi che ti aspetti. La gente qui è curiosa, entusiasta se non ancora esperta. Per vendere si vende solo stappando le bottiglie, ché il vino la sua strada se la deve fare da solo.
E allora ti incammini al mattino per i marciapiedi alberati, attraversi quartieri ordinati e lindi di casette di mattoni col prato ben rasato, approdi a LoDo e a Cherry Creek, i distretti casual chic dello shopping, dei ristoranti alla moda e delle enoteche indipendenti, con la tua borsa termica da sei a tracolla e il cavatappi in tasca, e un’agenda fitta fitta di appuntamenti.
Il vignaiolo che arriva a Denver è bene accolto, coccolato, conteso dagli account, quasi viziato. Se è la tua prima volta negli States e pensi che sia così dappertutto resterai deluso: il fatto è che tutti vanno altrove, dove girano i soldi veri. La sola New York, ad esempio, vale quanto il resto degli Stati Uniti. Qui lo sanno e apprezzano che tu abbia viaggiato fin lì per andare a stringergli la mano, e per raccontargli la tua storia.
Dall’altra parte del bancone trovi persone preparate, che degustano con mente aperta e si appassionano davvero a discorsi di vitigni e territori, annusano e domandano, cercano di capire. Tirano fuori i bicchieri le sputacchiere le matite e i bloc notes e ti si siedono intorno, ad ascoltare, ad imparare. Degustano tutti e tutti alla pari, commessi camerieri barman e sous chef, mica solo il proprietario o il responsabile f&b come qui da noi, perché il vino allo scaffale o alla mescita è come l’amicizia: funziona solo se tutti ci credono.

Dove ho mangiato:

Locanda del Borgo: 5575 East 3rd Avenue, Denver CO 80220, tel. (303) 388.0282. Lo Chef Giancarlo Macchiarella cucina siciliano perché è di Palermo, trapiantato a Denver dove vive da quasi vent’anni. Si mangia bene e tipico, gli involtini e le lasagne non ti fanno rimpiangere la cucina della nonna. A me sono piaciuti i Lamb Chops, costolette d’agnello al forno con la caponata di melanzane, abbinati ad un calice di Nero d’Avola, naturalmente!

Bella Bistro: 7702 Ralston Road, Arvada, CO 80002 (303) 358-7253. Sicuramente il mio posto preferito qui a Denver, a venti minuti dalla città nel piccolo sobborgo di Arvada. L’atmosfera è piacevole e rilassata, la cucina si ispira a quella italiana ma è poi completamente rimaneggiata dall’estro della chef, Shelly Steinhaus, che adora l’Italia e per questo organizza corsi di cucina, indimenticabili wine tastings con i suoi produttori preferiti e viaggi alla scoperta delle diversi regioni italiane. Il mio must è la Duck Confit, anatra sposata al bacon croccante.


Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

A proposito dell'autore

Marilena Barbera

Da bambina sognavo la carriera diplomatica, ma dopo la Laurea in diritto internazionale a Firenze ed un Master tributario a Verona il richiamo della mia Sicilia è stato più forte, tanto da riportarmi a casa dopo quindici anni di studio e di lavoro. Tornata a Menfi, mi sono tuffata a capofitto nell'azienda vinicola della mia famiglia, occupandomi inizialmente delle vendite e del marketing sia in Italia che, soprattutto, all'estero, riuscendo così ad assecondare la mia grande passione per i viaggi e per le culture lontane. Stando in cantina a tempo pieno mi sono poi perdutamente innamorata del vino: dapprima in punta di piedi, negli ultimi anni con sempre maggiore dedizione. Fare il vino, metterci le mani la testa e il cuore mi ha permesso di scoprire una dimensione che è fatta soprattutto di sperimentazione, nella ricerca di una sintesi tra la splendida natura che mi circonda e la mia aspirazione a interpretarne l'essenza.

Post correlati