di Jenny Gomez
Tantissimo da raccontare. Una storia interessante come il suo protagonista, cinque vini su cui disquisire all’infinito e poche battute (nel senso che sarebbe necessario molto più spazio per scrivere tutto). Allora, andiamo diritti al sodo. Parliamo di Francesco Cirelli, un contadino moderno che guarda al futuro riscoprendo il passato. Frase fatta? Beh, giudicate voi dopo aver letto fino in fondo. Cirelli – digiuno in tema di agricoltura e con una laurea in Economia e Commercio – ha deciso di dedicarsi alla vita di campagna in seguito all’acquisto di un appezzamento di 22 ettari ad Atri in provincia di Teramo. La sua scelta è ricaduta sulla coltivazione di uva biologica, di aglio (5 ettari), di fichi (3 ettari) e l’allevamento di oche (che si cibano dei fichi). Inoltre, ha provveduto alla creazione di uno spazio per la ricettività e ha deciso di vinificare. E fin qui potrebbe trattarsi dell’ordinaria storia di uno che desidera calarsi appieno nel contesto bucolico.

Ma, entrando più nel dettaglio, si capisce subito che Cirelli ha intrapreso un percorso diverso. Alleva oche, non solo perché animali poco impegnativi, ma perché hanno una carne “ecumenica”, vale a dire che possono mangiarla i seguaci delle tre religioni monoteiste: cristiani, musulmani ed ebrei. Per quanto riguarda il vino, ne vinifica una parte in anfora perché essa consente di lavorare in presenza di ossigeno senza lasciare “impronte”. Cioè, l’argilla essendo neutra non dà cessioni e, in teoria, conserva intatto il patrimonio organolettico del vino.

La vinificazione in anfora
, conosciuta come metodo qvevri (nome del contenitore), ci rimanda all’area della Georgia. Ha origine secolare ed stata riconosciuta recentemente dall’Unesco come patrimonio intangibile dell’umanità. Si tratta di una tradizione che poggia sull’artigianalità, sia nella fase di vinificazione vera e propria sia nella fase di manifattura nell’anfora. A tal proposito è giusto spiegare meglio il concetto. La capienza del contenitore può variare, ma non la lunghissima procedura per crearlo. Ogni passaggio deve essere rispettato rigorosamente. L’anfora è composta da strati di argilla: nella fase di modellazione ogni strato si deve essiccare bene prima di poggiare quello successivo affinché le pareti non cedano deformandosi a causa del loro peso. L’asciugatura dell’anfora modellata deve avvenire in maniera delicata per scongiurare le microfessure. Segue la cottura a temperatura non troppo elevata, per non causare incrinature nell’argilla. Questa lavorazione giustifica pienamente il costo elevato delle anfore, prezzo su cui Cirelli non si schiude, limitandosi a sorridere e a dire: “Costano un patrimonio”. Alcuni sostengono che pure i vini di Cirelli costino molto, e lui che – precisino, pacato e sorridente – ha una risposta per tutto e tutti, a questa osservazione risponde: “Il costo del vino è un argomento molto relativo. Io mi definisco un artigiano, faccio tutto manualmente, non adopero lieviti selezionati, non ricorro alla tecnologia, intesa come meccanizzazione dei processi, non faccio chiarifiche né filtrazioni, solo per elencare alcuni aspetti. Propongo un vino che può o non può piacere, ma che è certamente “ancestrale”. È il frutto di un progetto iniziato nel 2011 che cresce e muta in base a come agisce la natura”.

Quindi scopriamo il profilo sensoriale di questi vini, degustati grazie agli amici della Confraternita del Grappolo, un gruppo di enoappassionati che vive il vino come momento di aggregazione e confronto, volutamente distanti dai consueti canoni della didattica. E che amano anche documentare ogni incontro con fotografie belle e spontanee scattate da Giampiero Laviano, il quale ne ha gentilmente ha concesse alcune a Wining, quale corredo di questo reportage.

I vini di Cirelli degustati per l’occasione appartengono alle circa 12.000 bottiglie vinificate in anfora sulle 30.000 prodotte annualmente e sono Trebbiano, Cerasuolo e Montepulciano d’Abruzzo. Inutile sottolineare che, volenti o nolenti, l’approccio sensoriale a questo assaggio non può seguire i binari adoperati per i tasting dei vini convenzionali. Questa è una dimensione diversa, in cui la fermentazione indomita e l’assenza del controllo della temperatura lasciano il segno.

Trebbiano d’Abruzzo 2013
Giallo tendente al dorato e limpido. Al naso impatto iniziale di erbe e sentori floreali. Salvia, menta, camomilla e tocco citrino. Il tutto avvolto da una nota acetica. Bocca calda, minerale e sapida, con chiusura di mandorla.

Trebbiano d’Abruzzo 2012
Calice giallo paglierino. Prevalenza di accenni eterei, fragranza di agrumi e mela verde. Sorso persistente, mediamente strutturato e decisamente sapido.

Cerasuolo 2013
Colore rosa evoluto, fitto e invitante. Al naso prevalenza di prugna matura, melograno e geranio. Scia finale di ceralacca e menta. Sapidità netta.

Montepulciano d’Abruzzo 2013 e 2012
Versioni dal profilo sensoriale più assimilabile ai Montepulciano convenzionali. Vini che hanno bisogno di evolvere. Tannino in evidenza per entrambi e accenni di viola e frutti piccoli a bacca nera. Note evidenti di smalto per il 2013. Per il 2012 all’inizio sentore di riduzione e tocco erbaceo; brio in bocca e sapidità che conquistano.
Links:
www.agricolacirelli.com/
confraternitadelgrappolo.blogspot.com
http://www.unesco.org/culture/ich/