di Marilena Barbera
chiasso-05Chiasso è frontiera che si cela e si rivela, incorporeo portale d’altrove che ti rimanda, riflesso, un doppio infedele e stranito della realtà. Le parole scambiate al bar, che suonano italiane ma non lo sono, i ritmi lentissimi e dilatati, le strade addobbate di Natale, echeggianti di carole gracchiate dagli altoparlanti, dove ti aspetti di trovare folla e invece.
Invece ti guardi intorno e non c’è nessuno, in questo sabato pomeriggio indeciso tra shopping ed austerità; cammini sulle passatoie rosse stese sui marciapiedi e t’aspetti tetti spioventi, e t’imbatti in astronavi invece, pronte al decollo.
E in questo girovagare senza meta, le rade automobili che sfrecciano implacabili tra Italia e Svizzera, ti capita di spingere una piccola porta bianca senza segni particolari di distinzione. Non una scritta o un’insegna, nulla. La spingi, ed è la porta del Bianconiglio.

Interno notte, il bancone di un bar nella penombra artificiale, George Brassens duetta con Janis Joplin, e già questo ha dell’imperscrutabile.
Gli avventori potrebbero essere piovuti da un pianeta vicino ed aver posteggiato le astronavi nell’autosilo qua fuori, perché sorseggiano birre bionde con la noncuranza dei locali, ma che non appartengono a questo mondo glielo leggi negli occhi. Sopravvissuti di un’altra epoca forse, ma di certo hanno ragione loro.
Gianni, per esempio, se ha voglia ti parla, se non ne ha voglia no, e va bene così. Ma poi tira fuori un Caol Ila 25 e te ne rabbocca generosamente, mentre ti racconta di quando Umberto Bindi veniva a suonare da lui e a bere, oh sì e parecchio anche, che il locale rigurgitava di gente e in quanti ne rimanevano in piedi fuori della porta, e si accontentavano di sbirciare da lontano battendo i piedi per terra dal gelo.
E ti dice fumiamoci una Parisienne di là che ti faccio vedere il piano, un pianino elettrico pronto per la pensione e coperto di broccato, che però ha visto solo mani possedute dal Jazz.
Di Jazz non si parla, il Jazz si ama, il Jazz è tutto ti dice, mentre fruga tra i vinili che hanno attraversato epoche e mondi, e li sfiora con lo sguardo e li accarezza con le dita, mentre appoggia l’uno dopo l’altro con delicatezza i dischi neri e lucidi sul piatto, e lo vedi che ne ama ogni solco e ogni scalfittura, anche quelle che fanno saltare la puntina.
Si fa tardi in fretta parlando con lui, gli alieni se vanno uno dopo l’altro con le loro astronavi.
Resta la luna.

Dove ho bevuto:

Bar Pace, Via Soldini 9, 6830 Chiasso – Tel. (+41) 91.683.7610;

Colonna sonora: Michel Petrucciani, Estate, Live, Blue Note (1991) – listen on youtube: http://youtu.be/0zqV50eiDJg

Crediti: Vittorio Bongiorno, Il Duka in Sicilia, Einaudi, 2011. Uno che parla di Jazz.


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A proposito dell'autore

Marilena Barbera

Da bambina sognavo la carriera diplomatica, ma dopo la Laurea in diritto internazionale a Firenze ed un Master tributario a Verona il richiamo della mia Sicilia è stato più forte, tanto da riportarmi a casa dopo quindici anni di studio e di lavoro. Tornata a Menfi, mi sono tuffata a capofitto nell'azienda vinicola della mia famiglia, occupandomi inizialmente delle vendite e del marketing sia in Italia che, soprattutto, all'estero, riuscendo così ad assecondare la mia grande passione per i viaggi e per le culture lontane. Stando in cantina a tempo pieno mi sono poi perdutamente innamorata del vino: dapprima in punta di piedi, negli ultimi anni con sempre maggiore dedizione. Fare il vino, metterci le mani la testa e il cuore mi ha permesso di scoprire una dimensione che è fatta soprattutto di sperimentazione, nella ricerca di una sintesi tra la splendida natura che mi circonda e la mia aspirazione a interpretarne l'essenza.

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