di Silvia Parcianello

Champagne.
Vino da ricchi, vino da snob, evoca stelline, feste, oro, lusso, tacchi a spillo. Anche la sala degli specchi della reggia di Versailles, se si è in vena di rievocazioni storiche.

Champagne.
Una leggenda fatta vino. Da Dom Pierre Perignon che nel XVII secolo aveva il problema  delle bottiglie che non reggevano la pressione del vino che rifermentava al loro interno e scoppiavano, ai giorni nostri in cui le grandi Maison fanno parte dell’industria del lusso,  questo vino è sempre legato a pensieri gioiosi quando non voluttuosi, al bel mondo, a piatti preziosi. Aragosta, tartufo, foie gras, champagne. Oh mio Dio!

Champagne.
La regione vitivinicola più a nord del mondo, tra le cui colline incontaminate si adagiano villaggi come Le Mesnil-sur-Oger, Avize, Epernay, Ay, Bouzy. Qui gli agricoltori più ricchi del mondo coltivano le preziose uve sui fianchi gessosi delle colline, in vigneti classificati Grand Cru. Intendiamoci, quando parlo di terreni gessosi non parlo di un terreno qualunque. E’ un gesso particolare, quello della Champagne, impregnato di fossili marini, regalato ai cugini transalpini da un terremoto milioni di anni fa. Qui prima c’era il mare. Ovviamente tutto ciò crea condizioni uniche per le viti, che affondano fino a sei metri sfruttando il drenaggio del gesso e la ricchezza dei microelementi naturali. Mica roba per tutti.

Champagne.
Tre vitigni, tre. Chardonnay, Pinot Noir, Pinot Meunier.  Non una cattiva ricetta. In purezza o in cuvée, tutto per regalare emozione e piacere. Blanc de Blancs quando abbiamo solo Chardonnay, Blanc de Noirs in presenza dei due Pinot. Mi raccomando, il “Mugnaio” non va equiparato al Pinot Bianco usato in Franciacorta, è un’uva a bacca nera.

Ora non starò a stressare l’anima con i confronti tra Champagne e Franciacorta, e quale dei due è il migliore, e gli Champagne più commerciali sono peggio dei Franciacorta e il Prosecco dove lo mettiamo che costa un sacco di meno… ognuno può arrivare alle conclusioni che vuole su questo argomento.

Voglio raccontare una degustazione di sette Champagne, sette espressioni diverse di un vino che difficilmente si riesce a emulare, sia per le tradizioni che si porta appresso, sia per il territorio da cui proviene, sia per la maestria dei vignerons. Cote de Blancs, Montaigne de Reims e Vallée de la Marne non sono colline come tutte le altre, mettiamocela via.

08-20151109_112608Al Merano Wine Festival 2015 è sceso in campo Luca Gardini a condurre magistralmente un viaggio tra i grandi Champagne, una degustazione in ordine sparso, con  ogni calice che ha espresso il proprio carattere senza sovrastare gli altri.

Champagne Alain Thiénot 2002 – Alain Thiénot: 60% chardonnay, 40 % pinot noir. Il 2002 è stata un’annata fantastica per lo Chardonnay che ha potuto esprimere la freschezza e tutto il proprio carattere. Il pinot noir ha calato la mano e aumentato la forza di questo vino. Al naso i due vitigni si pongono come antagonisti, la nota agrumata dello chardonnay è prepotente ma contrastata dall’aromaticità del pinot noir, con note balsamiche di eucalipto. Non si fondono, si sentono distintamente e creano una sensazione armonica e disarmonica allo stesso tempo. Al palato la bollicina è croccante, imperiosa, sorretta dall’acidità per donare un vino teso e di facile beva. Il 2002 non tradisce. Da bere, poi da bere ancora, e ancora, ancora, ancora, canterebbe Mina.

Champagne Cuvée Prestige Perle de Ayala 2005 – Ayala: viene da un’annata decisamente calda questo chardonnay in purezza, ma nel territorio eletto della Champagne le escursioni termiche notturne sono state comunque marcate. Al naso apre con un tocco vegetale, per poi espandersi con la fragranza dolce e insieme salina del caco. La consistenza al palato è setosa,  una mousse di bollicine, ma la stilettata di acidità lo rende teso e molto persistente con un fin di bocca salino. Con buona pace di chi ha preconcetti sul fatto che lo chardonnay in purezza doni solo delicatezza ed eleganza. Da applausi e grandi crostacei.

N.P.U. Nec Plus Ultra 2003 – Bruno Paillard: l’estate del 2003 fu talmente calda che anche in Champagne non si ebbero le consuete escursioni termiche, grosso rischio per l’acidità delle uve. Bevendo un calice di questo vino potremmo pensare di essere stati noi a soffrire il caldo più del dovuto. Al naso si presenta meno teso dei precedenti ma con una forte nota di liquirizia tipica del pinot nero. Acidità della nespola a dare spessore. In bocca è acido (!) alla faccia del solleone 2003. Ha un equilibrio perfetto tra acidità e sapidità e ciò promette un’evoluzione strepitosa. Fin di bocca tostato e acido, nocciolina e chinotto. Da aspettare con fiducia e trepidazione.

Champagne Champ Cain Avize Grand Cru 2004 – Jacquesson: ecco un altro Blanc de Blancs creato per distruggere preconcetti sul fatto che lo chardonnay abbia poco carattere e solo eleganza. Il bouquet è evoluto, spinto, confetto, nocciola, sale, frutta esotica e lime. Nei miei studi compulsivi ricordo di aver letto che alcuni fanatici delle bollicine ritengono che lo Champagne fatto da chardonnay in purezza possa avere una maggiore longevità di quello con una massiccia dose di pinot. Forse queste persone erano passate da Jacquesson. Il fin di bocca è mandorlato, speciale per accompagnare del gran cibo.

Champagne Brut Vintage 2008 – Louis Roederer:  70% pinot noi e 30% chardonnay. Boom. Una bomba al naso, con tutto lo spessore del pinot nero che spazia dalla tipica nota di nocciola tostata alla confettura di mandarini, in un crescendo di freschezza. Al palato è croccante, persistente, un vino di gran corpo e acidità e con la tipica nota salina meno accentuata. In quest’epoca in cui sembra che tutto sia permesso e che i confini dell’estetica sono quanto mai fluidi non mi sento di essere troppo riverente con un grande Champagne. Lo vedrei un compagno spettacolare per una serie di tapas, con tutti i picchi di gusto che ne derivano.

Champagne Brut “Les Echansons” Grand Cru Millesimè 2004 – Mailly Grand Cru: 2004, grandissima annata fino ad agosto e 75% pinot noir 25% chardonnay per questo Champagne prodotto in una cantina sociale. Mela cotogna al naso, lavanda, incenso, un bouquet singolare ed elegante. Le bollicine sono sottilissime come una mousse ma lunghe, la sensazione in bocca è di grande rotondità con una nota astringente di mela verde. Vino verticale e nervoso, grande compagno di lunghi aperitivi.

Champagne Blanc de Noirs – Palmer & Co: eccolo, per finire, il bianco da uve nere. 50% pinot noir, 50% pinot meunier. E si sente. Il naso è terroso,  pietra focaia, poi caffè. E ancora ecco il meunier che porta le erbe aromatiche, alloro, timo.  Al palato è un vino intenso, croccante e persistente, di ottima beva. Lascia la lingua con sentori polverosi e vegetali. Degno compagno di piatti intensi, anche a base di carne. Con buona pace dell’OMS (in ogni caso la carne accostata a una di queste bottiglie sarà selezionatissima quindi andiamoci tranquilli).16-20151109_113658

Il mio preferito? Mi permetto di svelarlo tanto sono dei grandissimi tutti e sette e so per certo di non fare un torto ad alcuno. Nel caso qualcuno non sapesse cosa regalarmi a Natale… Louis Roederer Brut Vintage 2008. Magari evito di strapazzarlo con le tapas e cucino l’aragosta. Ma non è detto. Quando uno è grande nelle situazioni inconsuete lo è di più.  Cin cin.

LINK
www.meranowinefestival.com
www.lucagardini.com
www.thienot.com
www.champagne-ayala.fr
www.champagnebrunopaillard.com
www.champagnejacquesson.com
www.louis-roederer.com
www.champagne-mailly.com
www.champagne-palmer.fr