di Umberto Gambino

Quando si parla di format in televisione non tutti abbiamo ben presente a cosa ci riferiamo. O forse no? Quando il format è un “fil rouge” enogastronomico, invece, si capisce subito. E se il format si chiama “Campania Stories” la risposta viene spontanea: “Mi piace assaje!”. Ebbene, sono stato facile profeta prevedendo che questo evento mi sarebbe piaciuto. E così è stato. Anche se – per carenza di giorni a disposizione – ho potuto partecipare solo al 50% del fitto programma messo in piedi dai bravi organizzatori, Diana Cataldo e Massimo Iannaccone, in arte Miriade & Partners da Avellino (campani all’anagrafe, ma in realtà “svizzeri” di fatto, vista l’estrema precisione e puntualità in tutti dettagli della convention).

In fase di presentazione si è detto: rassegna per la prima volta unitaria, format rinnovato, due tappe tematiche (Napoli e Avellino), oltre 200 vini in degustazione, più di 80 aziende partecipanti e almeno una cinquantina di giornalisti pronti sul “pezzo”. Ma, al di là degli slogan e delle cifre,  “Campania Stories” è stato molto di più. Scelgo tre aggettivi che fissano meglio i concetti:  accoglienza, disponibilità, vivacità. Accoglienza integrale da parte di tutti, organizzatori e produttori; disponibilità a capire le esigenze e le richieste di noi giornalisti, incluso pranzare “face to face” nel soggiorno-cucina del piccolo ma lungimirante vignaiolo (altro che pompose e ampie sale da pranzo con lunghi e celebrativi tavoli); vivacità nel sottoporre un assortimento di vini che ci ha portato – come fossimo vecchi amici – “dentro” il mondo del vino campano: nell’anima e nel cuore di ogni singolo produttore, nella terra, nelle radici e nelle uve di ogni zona viticola.
Ma prima di scorrere il dettaglio dei tanti ottimi vini degustati (lo farò nei prossimi reportage), vi racconto cosa è stato per me questo mio primo Campania Stories.

Le degustazioni, i master, i focus sulle diverse tipologie dei vini
Conoscevo già i vini campani per aver partecipato, cinque anni fa, al panel regionale per la guida Vinibuoni d’Italia. La tentazione di fare un confronto è stata spontanea. Cosa ne avevo tratto prima e quali sono state le mie impressioni, oggi, dopo Campania Stories? Cinque anni fa, al di là di alcuni Aglianico molto aggressivi al palato e tanti profumati Fiano e Greco di Tufo, i vini di questa regione non mi avevano preso granché. Ero scettico perché avevo trovato esattamente quanto mi aspettavo di trovare: uso del legno eccessivo e ricerca ossessiva dell’estratto a scapito di un’agevole bevibilità per i rossi; profumi netti e lineari, senza la necessaria avvolgenza al palato per i bianchi. Parlo ovviamente dei Taurasi, dei Fiano e dei Greco. Sì, perché per me non esistevano proprio tutte le altre tipologie autoctone, bianche e rosse. O, meglio, mi capitava di annusarli e berli, ma – da un punto di vista psicologico – erano per me “vini di serie B”. Tanto che mi domandavo (e avrei avuto voglia di chiedere): “Miei cari produttori campani, quanto tempo sprecato!”.

Beh, tranquilli: dopo Campania Stories, cari viticoltori dal Garigliano a Sapri, mi sono ampiamente ricreduto! Almeno per quanto riguarda i rossi. Intanto gli Aglianico e soprattutto i Taurasi hanno cambiato decisamente stile e passo: secondo le diverse annate (2010 e 2011, le più recenti sul mercato) ho trovato caratteristiche ben identificabili con le diverse zone di produzione: note spiccate dal fruttato rosso fresco alle bacche scure, dal sottobosco al balsamico spinto, dal floreale ai sentori più evoluti di cuoio e tabacco. Rossi più eleganti rispetto a un recente passato, accompagnati quasi tutti da migliore bevibilità e da un buon equilibrio gustativo. Oggi non è più uno slogan  affermare che il Taurasi può aspirare al “titolo”, non solo onorifico, di “Barolo del Sud”. Anche se di strada da fare ce n’è ancora parecchia, ma – è certo – sembra quella giusta!

E poi, come non parlare del vitigno Casavecchia? Di questa uva autoctona a bacca rossa, tipica del Casertano, si allevano anche viti prefillosseriche che finiscono per dar vita in bottiglia a vini dalle caratteristiche speziate, sapidi ed eleganti. E non dimentico certo il Pallagrello nero, un altro sorprendente rosso autoctono che accarezza il palato come una piuma.

Fra i bianchi resto invece convinto che la Falanghina (a parte qualche illuminato esempio) abbia molto meno da offrire rispetto al Greco di Tufo e al Fiano di Avellino. Ho trovato toni aromatici cangianti e più longevità nei Fiano (vi parlerò, fra gli altri, di un 2006 eccezionale) mentre i Greco si confermano minerali, sapidi e avvolgenti. Davvero due grandi bianchi del Sud che riscuotono consensi sempre maggiori anche all’estero.

Didattica e scuola
Un grazie sincero – proprio qui – va a Paolo De Cristofaro, critico e degustatore del “Gambero Rosso”, il vero superesperto dei vini e dei vitigni campani (nessuno escluso), nostra “guida” nei meandri di una viticoltura che definire “tentacolare”, anzi “vulcanica” significa non sbagliare affatto. Ho apprezzato in particolare la retrospettiva sui rossi campani dalle diverse zone che ha messo a confronto le annate 2000 e 2005. Un efficace “tutor”, mai fuori misura e sempre attento a darti la dritta giusta pur se con qualche strizzatina d’occhio in più per i giornalisti stranieri: ma è comprensibile.

Full immersion nella gastronomia del territorio
Irrinunciabile e graditissima la scelta degli organizzatori di portare la squadra dei giornalisti a cena in un luogo diverso e caratteristico, nonostante l’inevitabile “ora tarda”, ma che volete? Bisogna pur sacrificarsi, no? Siamo passati dall’area tersa e frizzantina dei Campi Flegrei, la lingua di terra che si affaccia verso il Golfo di Napoli, alle colline lievi della Terra di Lavoro nel Casertano per finire con un’incursione metropolitana in quel di Brin, a Napoli, piacevolmente coccolati dai banchi e dal personale tutto dell’Aula Magna di Eccellenze Campane: una sorta di Eatitaly in piccolo, dove si cucinano e si assaggiano solo specialità del luogo, tra pizzette, panuozzi, mozzarelle e birra artigianale del luogo. Per finire in bellezza, con babà mignon e sfogliatelle.
Detto delle serate gastronomiche, ecco spiegato il motivo dei ritardi, l’indomani mattina,  all’apertura dei tasting.

Vino nelle anfore
Come vedete nelle foto, abbiamo assistito anche all’apertura “en primeur” del primo “Pithos” di Villa Matilde, un Falerno del Massico fermentato e affinato in anfora per 12 mesi. Si faceva così il vino degli antichi romani. Questo vino dell’era digitale, per ora,è solo un esperimento: sarà sul mercato nel 2016. Vedremo i risultati.
(Campania Stories 2015, fine prima parte – continua)