di Alessia Canarino

Appuntamento ormai  immancabile con la kermesse Campania Stories, organizzata dall’agenzia di comunicazione integrata Miriade & Partners. I fondatori, Massimo Iannaccone e Diana Cataldo, ci hanno abituato a familiarizzare con alcuni dei più incantevoli scenari della Campania, portando i rappresentanti della stampa internazionale in sale degustazioni uniche, dalla Reggia di Caserta, a Palazzo Caracciolo, nel cuore del centro storico del capoluogo campano. Quest’anno gli effetti speciali non si sono limitati alla splendida cornice della Costiera Amalfitana che ha ispirato la sessione di degustazione riservata alla stampa, ma Campania Stories 2019 è stata inaugurata con un tragitto percorso in motonave,  per godere dei clivi impervi della costiera amalfitana, dal mare.

La due-giorni di degustazione è iniziata con una carrellata di vini spumanti e bianchi fermi, dalle varie denominazioni della regione. Apriamo con alcuni tra i più interessanti assaggi degli spumanti campani.

3 spumanti da non perdere 

Rossovermiglio – Falanghina del Sannio Spumante s.a. – Frenesia: Piccola azienda del beneventano, che da poco più che 18 ettari di proprietà produce circa 50,000 bottiglie l’anno, principalmente da uve falanghina. E questo spumante è appunto da Falanghina in purezza della vigna di proprietà a Paduli (BN) dove l’azienda, dall’anno della sua fondazione (2008) alleva vigneti su terreni argillosi, tipici della zona. Questo spumante charmat lungo (12 mesi di permanenza sui lieviti in autoclave) ha una vivacità di colore, amplificata dalla persistenza delle bollicine. Al naso si apre con piacevoli toni floreali, che ricordano i fiori di campo ed una leggera nota gessosa. Al sorso ha la freschezza tipica degli charmat, sottolineata da una bella sapidità. Agile, pungente e rinfrescante. Chiude con un ritorno di erbe aromatiche, soprattutto di mentuccia.

Drengot – Spumante Brut Asprinio di Aversa 2017– Terramarasca: una new entry casertana nella parterre delle aziende partecipanti a Campania Stories, che debutta con un piacevole metodo charmat lungo da uve asprinio in purezza, allevate con il classico metodo dell’alberata aversana, ovvero maritando le viti di asprinio ad alberi da frutto. Dopo la vendemmia, molto scenografica, con scale e naturalmente manuale, la pigiatura soffice e la fermentazione avvengono in acciaio, fino a spingere il mosto alla malolattica che viene bloccata per ottenere un vino base da 10,5% con acidità totale di 12g/l. La presa di spuma avviene in autoclave, dove il vino affina per 10 mesi su fecce fini. Prima della messa in vendita seguono ulteriori tre mesi di affinamento. L’asprinio tipicamente si distingue per la sua beva tagliente, aspra ed, appunto – di qui il nome. Questo spumante colpisce per il suo bel colore brillante, lucente e quasi dorato. Il naso è esotico, chiari riferimenti a ananas matura e sentori dolci di cocco, segno evidente di un incipit di malolattica. In bocca è suadente, con un ingresso dolce ed una chiusura rapida che ricorda il fieno tagliato.

Casa Setaro – Caprettone Spumante Metodo Classico 2015 – Pietrafumante, Una conferma, questo spumante dell’azienda di Massimo Setaro, in provincia di Napoli, ai piedi del Vesuvio. Uno spumante, di cui si è già parlato tante volte e che stupisce sempre per la sua eleganza e complessità. Da uve caprettone in purezza – siamo in pieno territorio vulcanico, nei pressi del Parco Nazionale del Vesuvio – dopo la preparazione del vino base e la presa di spuma, il vino affina 30 mesi sui lieviti. Sboccatura 2018. Al naso rivela la sua origine vulcanica, con sbuffi fumè, sulfurei che ben si alternano ai sentori di ginestra, quasi ad aprire una finestra sul Vesuvio. In bocca la bollicina è aggraziata ma presente, riportando la sapidità di questo vino, con ritorni di frutta a polpa bianca.

La degustazione dei vini bianchi

Campania Stories è sicuramente l’occasione ideale per degustare in anteprima la nuova annata dei bianchi.  Sebbene su alcune bottiglie con un anticipo notevole, rispetto ai normali tempi di evoluzione del vino, degustare la 2018 è stato sicuramente un modo per delineare la qualità di quest’annata, che in generale sembra definirsi come longeva, lineare ed elegante. Per quel che riguarda le DOCG, il Fiano di Avellino 2018 è parso, naturalmente un po’ meno espressivo dei Greco di Tufo, che  erano già roboanti e verticali. In linea generale, comunque, la parola d’ordine dell’annata 2018 è freschezza.

15 vini bianchi Top consigliati

Ecco alcuni degli assaggi dei vini bianchi fermi campani, raggruppati per vitigno:

da uvaggio Falanghina (in purezza e blend)

Sammarco Ettore – Costa d’Amalfi Ravello Bianco 2017 – Vigna Grotta Piana: questa storica azienda di Ravello presenta un cru di vigne centenarie di vari uvaggi, dalla ginestrella alla biancolella alla falanghina ed il vino proposto è un blend dei tre uvaggi come previsto dal disciplinare locale. Prodotto in soli 3.000 esemplari, è un vino che conosce il legno sia nella fase di fermentazione malolattica (per il 50% della massa) sia durante l’affinamento, ma l’uso della rovere è ben equilibrato e si offre al naso dolcemente, con richiami vanigliati e di confetto, che non coprono i sentori di albicocca secca e noce, espressi dopo aver dato un paio di giri nel bicchiere a questo vino dorato luminoso. In bocca riconferma un piacevole sentore di mandorla amara, con un espressione anche floreale di ginestra ed erbacea di macchia mediterranea. Lunghissima persistenza.

Trabucco – Falerno del Massico bianco 2018 – 16 marzo: la cantina Trabucco, adesso capitanata dal giovane Danilo, dopo la scomparsa del padre, ha sempre avuto notorietà per i suoi rossi, ma il cru di Falanghina, che gode della denominazione Falerno del Massico, ha un espressione molto interessante, nonostante, la sua piena evoluzione sia lontana. Ma già così giovane, come mostra il colore verdolino, presenta note minerali profonde  ed eleganti, tra la grafite e la conchiglia. In bocca è fresco, agile, il sorso è pieno ma non incalzante. Ed è qui che il fruttato esotico della falanghina e la sua freschezza e sapidità si esprimono con stile.

Villa Matilde – Falerno del Massico bianco 2015 – Vigna Caracci: Si dice che il vino sia come il produttore e se si può trovare un termine che definisca questo cru è intrigante, come la produttrice, l’elegante Maria Ida Avallone, che dal 1960, con la famiglia, conduce questa azienda a Cellole, nell’alto casertano. Il Vigna Caracci è un’interessante espressione di una falanghina evoluta, la cui complessa vinificazione, non sminuisce le caratteristiche del vitigno. Dopo la vendemmia di vigna Caracci , a Sessa Aurunca (CE), le uve sono pressate e fermentate in parte in terracotta da 500 litri, una piccola porzione in barriques per circa tre mesi, con batonnage continui e poi in bottiglia per un lungo affinamento. La lucentezza brillante e dorata di questo vino prelude ad un naso pieno e complesso, dove le note affumicate si intrecciano a quelle di pietra focaia e pesca noce. L’ingresso in bocca è suadente, con una freschezza ed una sapidità che preludono ancora a molti anni di evoluzione in bottiglia. Chiude leggermente balsamico.

Astroni – Campi Flegrei Falanghina 2017 – Colle Imperatrice: Vulcanico il territorio, vulcanici i produttori. Astroni è da tempo conosciuta per le sue produzioni da vigne “metropolitane” nel cuore di Napoli e non è per dire, ma Vigna Imperatrice è proprio la sommità di una collina nei pressi del capoluogo campano. I terreni sono molto sciolti, fini, vulcanici, appunto, ed è qui che viene allevata la falanghina dei campi flegrei, per i più la versione “originale” della falanghina, la cui vinificazione in bianco, non fa altro che esaltare la tipicità di questo vitigno. Note sulfuree, che si intrecciano a sentori di macchia mediterranea ed erbette di cucina. Bella entrata sapida con piacevoli ritorni fruttati di frutta a polpa gialla. Bella sferzata fresca e decisa in bocca, si allunga con toni leggermente affumicati.

La Sibilla – Campi Flegrei Falanghina 2016 –Cruna del Lago:  Una conferma per questo vino portabandiera dell’azienda di Vincenzo di Meo, a Bacoli, siamo nella zona costiera di Napoli. Una falanghina che rappresenta una delle sue migliori espressioni nel territorio campano, proveniente dal vigneto Cruna del Lago, dove le viti di falanghina resistono da più di 60 anni, grazie ai terreni sciolti di cenere e lapilli. Il vino, dopo la classica vinificazione, affina per 6 mesi sulle fecce fini, prima di essere imbottigliato. Il suo bouquet verticale, fine, sottile, non tradisce chiari sentori minerali e note piacevolmente salmastre. Fieno essiccato, ginestra, pietra focaia: questo vino è una passeggiata alle pendici del Vesuvio. Grande sapidità, ben equilibrata da note fruttate e piacevolmente minerali. Buona lunghezza, amplificata dalla piacevole freschezza. 

Da uve Fiano

Vuolo – Colli di Salerno Fiano – 2mila17: Siamo nell’entro terra salernitano, precisamente a Rufoli, dove le vigne di fiano sono allevate in biologico a circa 200 metri slm. La piccola azienda, guidata dalla famiglia Vuolo, produce solo poche bottiglie, circa 15.000 e solo 2.000 di questo fiano. Le uve dopo la vendemmia  svolgono la fermentazione alcolica con un rimontaggio all’aria, seguita poi dalla fermentazione malolattica. Il lungo affinamento sulle fecce fini ed in bottiglia contribuisce alla complessità di questo fiano, che si esprime in maniera immediata con note di nespola e albicocca, seguite da sentori leggermente salmastri. In bocca è pieno, vagamente tannico, con un finale lungo, fresco, mentolato. Piacevolmente complesso.

Albamarina – Cilento Fiano 2017 – Valmezzana: altra piccola azienda dell’entroterra salernitano, con una storia che inizia nel 2009 con la famiglia Notaroberto. Una produzione di nicchia da vigne di proprietà. Il fiano viene arricchito in fase di vinificazione da un passaggio in barrique di sei mesi per il 25% della massa, che tende ad arricchire il naso con note ammiccanti e a conferire bei riflessi dorati luminosi al colore. Il naso è dolce di propoli e ginestra, con richiami leggermente vanigliati. In bocca è gessoso, fresco, ma con una bella spinta alcolica, mai sgraziata.

Rossovermiglio – Sannio Fiano 2017 – Rossovermiglio: lo spumante da falanghina di quest’azienda mi aveva piacevolmente sorpreso ed ecco ritrovare il suo fiano agile ed espressivo. Un vigneto in provincia di Benevento, con terreni argillosi ed una semplice vinificazione in bianco, che, sapientemente, viene messo sul mercato dopo un anno di affinamento su fecce fini in acciaio. Al naso è composto, leggermente erbaceo e floreale, di tiglio e camomilla. Elegante, fine, sottile. Molto equilibrato, fa presagire ad una bella longevità. I toni di pera kaiser e mela verde ridondano con sapidità ed una piacevole freschezza.

Fiano di Avellino DOCG 2017 : Tre espressioni di tre territori diversi. L’annata 2017 è sicuramente più pronta ed espressiva della 2018, che in linea generale si è mostrata corretta, ma ancora un po’ restìa ad aprirsi.

Rocca del Principe – Fiano di Avellino 2017: il Fiano di Lapio, riconoscibile, verticale, pulito. Un fiano in purezza elaborato dalla famiglia Zarrella, che ormai del fiano ne è grande esponente. Siamo in una delle aree irpine meglio vocate all’allevamento di questo vitigno, a circa 600 mt slm, dove la maturazione è lenta e la ventilazione costante. L’affinamento in acciaio per circa un anno e poi in bottiglia rendono questo fiano, vitigno molto suscettibile allo stress da imbottigliamento, elegante e ricco. Il naso gioca su note mielate, di acacia e leggermente fumè. Al palato ha un attacco deciso, sostenuto da buona sapidità e freschezza. Sarà piacevole degustarlo in fututo…

Tenuta Sarno – Fiano di Avellino 2017: Un’altra espressione del fiano, questa volta da Candida, dove i terreni calcarei, appunto candidi, danno al fiano un’espressione più internazionale. E’ il vino con cui è iniziata l’avventura di Maura Sarno e il suo Fiano di Avellino è ormai conosciuto ben oltre i confini nazionali. Il suo bouquet strizza l’occhio ai riesling più giovani, con sentori minerali, ben equilibrati dai richiami floreali e leggermente mielati. In bocca si distingue per sapidità, freschezza, ma estremamente elegante; chiude sapido, lungo, con sentori che richiamano la farina di castagne.

Traerte – Fiano di Avellino 2017: la versatilità del vitigno fiano è straordinaria e con Raffaele Troisi, enologo dell’azienda Traerte, è palese la sua duttilità. Siamo a Montefredane, dove i terreni argilllosi e l’esposizione a sud, allungano il periodo di invaiatura del fiano fino a metà ottobre. E’ un vino molto fresco e complesso, che rimanda ai toni della polpa a frutta gialla, dalla pesca alla susina, con una chiara percezione di toni evolutivi e leggermente di idrocarburo. Al sorso ha una bella freschezza e si apre con una piacevole spinta alcolica. Chiude sapido. 

Greco di Tufo DOCG 2017 – Tre espressioni, da tre territori diversi. Rispetto al fiano, l’annata 2018 del greco è sembrata già più immediata ed espressiva.

Pietracupa – Greco di Tufo 2017:  E’ a Montefredane che quasi trent’anni fa è iniziata la storia di Sabino Loffredo, ora tra i più noti produttori di Greco di Tufo e Fiano di Avellino. Il suo greco è un’espressione di vigneti non particolarmente elevati, siamo a Santa Paolina, con un’altitudine media di circa 350 m slm, ma è una declinazione molto minerale. Il suo greco si esprime con note gessose, quasi di borotalco. In bocca è gentile, pulito, verticale, con una freschezza citrina che ne prolunga il sorso.

Benito Ferrara – Greco di Tufo 2017 – Vigna Cicogna: Il Greco di Tufo  di Tufo. Benito Ferrara e la sua famiglia sono proprio lì dove il Greco trova la sua componente sulfurea, dove le vigne sono allevate su terreni con venature tufacee, che si ritrovano al naso con piacevoli note di zolfo. Tuttavia il Vigna Cicogna, cru di una vigna di quasi 60 anni, trova un equilibrio piacevole con le note dolcemente fruttate di albicocca matura. Al palato ha una sapidità ed una freschezza immediata, che rendono questo vino agile, elegante, con ritorni di salvia ed erba fresca.

Petilia – Greco di Tufo 2017 – Quattroventi: La famiglia Bruno da vent’anni conduce ad Altavilla Irpina, nel cuore dell’areale del Greco di Tufo, l’azienda Petilia, facendo di questo bianco irpino il suo vino più espressivo.  Un quinto della produzione è dedicato a questo greco che proviene da Chianchetelle, sempre nell’areale, in una zona particolarmente esposta ed elevata. La semplice vinificazione in bianco esalta la complessità di questo luminosissimo bianco, quasi viscoso nel bicchiere, preludendo ad una struttura piena, quale poi esprime. Eucalipto, carbonella e mandorla fresca, sono impattanti al naso. Urla “greco” a voce alta e lo conferma con un ingresso deciso e secco ed una stretta sorprendentemente tannica al palato.

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