di Marina Alaimo Acino Ebbro
N’anticchia
(in siciliano: un pochino, ndr), perché sono poche le bottiglie dell’Etna rosso di Paolo Caciorgna. L’enologo e produttore toscano è rimasto folgorato dalla bellezza degli alberelli etnei e della finezza dei vini di questo territorio unico e straordinario. Da lì, il passo verso un vino di propria produzione è stato scontato e atteso come la nascita del primo figlio. Chi è stato sull’Etna sa di cosa parlo. L’armonia delle forme e la natura estrema legata agi umori del vulcano hanno disegnato un paesaggio che coinvolge in maniera molto profonda. Già la luce è diversa, radiosa, intensa, esalta i colori e crea una forte sensazione di benessere. Qui la natura ha ancora un ruolo dominante, l’attività vulcanica impone all’uomo un certo rispetto impedendogli di prendere il sopravvento, ma lo accoglie comunque con generosità. E’ eterno il patto fra l’Etna e i suoi abitanti, obbligati a piegarsi alla sua forza, pur avendo imparato nel tempo a coglierne i benefici. Tra questi, la complicità accordata tra i filari di vite ha dato risultati eccellenti, è ormai più che nota la finezza sia dei bianchi che dei rossi ed in continua crescita la richiesta sul mercato nazionale ed internazionale.
L’anno clou è il 2005. Galeotto fu per Paolo un viaggio sull’Etna con Marco De Grazia, uno dei migliori interpreti dell’enologia etnea. Marco lo ha stimolato con insistenza ad acquistare un vigneto, certo che la sensibilità del produttore toscano avrebbe portato a ottimi risultati. E lui si è lasciato guidare con fiducia e grande curiosità. Vicino a Passopisciaro compra la sua prima vigna, bellissima, mezzo ettaro a 700 – 800 metri di altitudine sul versante Nord, composta da alberelli di Nerello di quasi cento anni. Il vino che ottiene, poi, lo convince del tutto, facendo scattare quel piacere dell’attesa tra un viaggio e l’altro, come accade quando qualcuno inspiegabilmente ti ha stregato l’anima. Le uve vengono vinificate nella cantina di De Grazia e poco alla volta Paolo compra altri piccoli appezzamenti tra Passopisciaro e Randazzo. L’azienda è intestata al padre Pietro Caciorgna.
N’anticchia nasce dalle piante più vecchie, centenarie, quindi poco produttive, ma capaci di generare vini molto espressivi e di estrema finezza. Il 26 ottobre scorso a “Storie di Vini e Vigne”, il ciclo di incontri con i produttori e i loro vini ideato da me per Cap’alice e alla quarta edizione, si è svolta una delle pochissime verticali di N’anticchia.


Paolo ha raccontato la sua storia tra la Toscana e l’Etna con i suoi 2,5 ettari vitati di proprietà (fra Contrada Marchesa, Santo Spirito e Bocca d’Orzo), e le bottiglie prodotte sono circa ventimila. La degustazione dei diversi millesimi ha tracciato un percorso in ripida ascesa e trasmesso ad ogni sorso l’unicità di questo rosso leggiadro e forte allo stesso tempo, elegante nei profumi e nella trama sottile e radiosa, energico nella spinta dei tannini e della freschezza.

Verticale di N’Anticchia Etna Rosso, annate 2007, 2008, 2009, 2010, 2011, 2013
Ha toni scuri e profondi l’annata 2007 che al naso ricorda molto la viola, il frutto è di mora e marasca, appena balsamico; il sorso offre una bella bevibilità, succoso, sottile, mantiene un bel ritmo conferito dai tannini con un andamento slanciato per la spinta della freschezza.

Il millesimo 2008 ha incantato un po’ tutti per la precisione di ogni sua espressione ben cadenzata e in saldo equilibrio con le altre. Apre sui sentori floreali di rosa, il frutto ha i toni della prugna scura e del mirtillo, gli dona eleganza la punta di grafite insieme alle spezie delicate. All’assaggio esprime piena energia con tannini decisi e di gran razza, vibrante la freschezza ben calibrata, leggiadro e appena sapido.

Accende maggiormente l’attenzione sul frutto l’annata 2009, che con la sua ciliegia scura sembra differire di molto. Ma in effetti ha un temperamento più giovane rispetto alle annate precedenti: ben leggibile anche la linea di grafite e appena pungente la spezia di pepe. Ha vigore il sorso, esuberante e volitivo, con tannini graffianti e piacevolissimi, mantiene un andamento agile.

La 2010 fa un ulteriore passo in avanti, la mano è più sicura e mostra entusiasmo, solare in tutte le sue espressioni, delicata la rosa, il frutto di gelso mora, si affina ulteriormente il sorso con eleganza.

La 2011, come la 2008, raccoglie maggiori consensi: profonda, molto espressiva, raffinata, sussurra il suo racconto senza mai alzare la voce.

Mostra le difficoltà dell’annata la 2013, in cui la pioggia ha creato non poche difficoltà e ridotto di molto la produzione. E poi arriva dopo un fuoriclasse come la 2011 al quale è molto difficile tenere testa. La 2013 vuole sicuramente tempo, si rivela con timidezza, il naso è decisamente fruttato di ciliegia, spezia dolce, sorso graffiante, energico, corre veloce lasciandosi alle spalle gli ostacoli climatici.

Come sempre alla verticale seguono i piatti di Cap’alice, l’enosteria tipica napoletana in via Bausan.

In onore di Paolo, Mario Lombardi ha fatto preparare uno dei piatti delle domeniche napoletane, gli ziti con la genovese; a seguire il baccalà con i pomodorini gialli e rossi del Vesuvio, ottimo in abbinamento a questo rosso dell’Etna. In ricorrenza alla stagione autunnale, il tortino di cioccolato fondente con castagne, panna e cacao.