di Jenny Gomez 

 Sono in molti a definire la biodinamica l’unica via percorribile per l’agricoltura, visto che si tratta di un approccio produttivo più “ancestrale”. “Quando il sito ha dato piena espressione di sé, grazie alla sua biodinamica-05coltivazione mediante pratiche agricole sane, le tecnologie di cantina e gli aromi creati artificialmente non sono più necessari. I vini veri hanno un loro tipico ed originale sapore e sono in grado di mantenerlo nel tempo, in un rapporto di piena trasparenza con il consumatore”. Parole di   Nicolas Joly, il vignaiolo francese che ha rilanciato  la biodinamica. Joly ci ricorda che il sole, l’acqua e il suolo condizionano la vite in maniera diversa a seconda del territorio e affinché, attraverso le radici, l’uva possa interpretare al meglio un territorio, quest’ultimo deve essere vivo.
Alla base della biodinamica ci sono gli stessi principi osservati dall’agricoltura biologica – facendo riferimento all’esclusione di sostanze chimiche di sintesi prevale l’uso di sali di rame e zolfo di miniera – ma si va oltre. Per massimizzare la vitalità del terreno si utilizza compost con l’obiettivo di rinforzare la vita microbica, si ricorre ai sovesci (seminativi che facilitano l’assorbimento dell’azoto), unitamente all’uso di attrezzi che non invertano gli strati del terreno. La biodinamica cerca  di stimolare le difese naturali nel vigneto,  attraverso lo spargimento sul terreno di preparati biodinamici e ricorrendo anche  a potature che favoriscano l’equilibrio delle piante, che in nessun caso potranno essere prodotte per mezzo di ingegneria genetica.

La maggior parte  dei produttori che seguono con rigore la biodinamica aderiscono al gruppo “Return to Terroir/Renaissance des Appellations”, diventano così promotori di una filosofia produttiva agricola fondata sull’artigianalità. Esponente di spicco di quest’organizzazione, è l’azienda abruzzese “Emidio Pepe”, in provincia di Teramo, esattamente nel comune di Torano.  Quindici ettari di vigna, coltivati prevalentemente a Trebbiano d’Abruzzo e Montepulciano d’Abruzzo, in un terreno argilloso-calcareo. Vendemmia fatta rigorosamente a mano, pigiatura fatta con i piedi e fermentazione con lieviti indigeni, quindi zero lieviti selezionati aggiunti. “Per noi è la normalità, dalla fondazione dell’azienda nel 1964”, spiega Sofia Pepe, figlia di Emidio. Prosegue: “Nel 1998 abbiamo ottenuto la certificazione di azienda biologica, ma attualmente il nuovo disciplinare ci fa sentire spaesati. Da una parte si può usare la dicitura “vino biologico”, dall’altra sono stati  innalzati i limiti dell’anidride solforosa. Noi continueremo  a fare il vino come l’abbiamo sempre fatto, in maniera genuina. Per questo abbiamo deciso di  spostare  nella retro etichetta la dicitura “azienda biologica” e  quando uscirà la nuova annata, non ci metteremo affatto la dicitura “vino biologico”.
La normativa comunitaria che consente l’uso in etichetta della dicitura “vino biologico”, è il frutto di un iter burocratico estenuante e di dibattiti durati 20 anni. La scelta di non dichiarare in etichetta che il  vino è biologico, per molti è ritenuta semplicemente una presa di posizione, che penalizza i consumatori e danneggia i produttori: gli stessi che una volta chiedevano la tutela del comparto biologico. Ma Sofia Pepe replica: “Chi conosce la nostra azienda sa che tipi di vini facciamo. Il potenziale consumatore interessato ai vini a fermentazione spontanea, in genere è un consumatore sensibile, che si informa, quindi da solo ci scoprirà. La scelta sofferta, ma ponderata, di non scriv
ere in etichetta “ vino biologico“, scaturisce dal fatto che non vogliamo sentirci accomunati a realtà produttive, magari più grandi e che rispettiamo, ma che per forza di cose operano in modo diverso da noi”.
I vini dell’azienda di Torano, sono organoletticamente molto riconoscibili e nel contempo sempre diversi. Rappresentano la massima espressione di un prodotto vivo e in continua evoluzione, frutto della fermentazione naturale e del basso tenore di anidride solforosa. La fermentazione  avviene in piccole vasche di cemento che, grazie al loro spessore, mantengono sempre costante la temperatura. Il Montepulciano d’Abruzzo viene lasciato riposare per ben due anni nel cemento, successivamente, viene imbottigliato a mano con lo stesso procedimento del Trebbiano d’Abruzzo; cioè, a mano, con sifone e cannella di canna, senza filtrazione, bottiglia per bottiglia. Tutte, prima di essere messe in commercio, vengono decantate a mano, attentamente controllate e selezionate nel piccolo laboratorio dove Rosa Pepe
, la moglie del capostipite, travasa il vino in modo da eliminare il naturale deposito che si forma sul fondo. La filtrazione è esclusa, perché porta via tante proprietà. Con la decantazione naturale, è il vino che decide ciò di cui privarsi, mantenendo integri  struttura ed equilibrio, punto di partenza per un ottima conservazione ed evoluzione nel tempo. Alla fine, ciascuna bottiglia viene etichettata manualmente.
“Il lavoro che facciamo non è facile – conclude Sofia Pepe –  siamo cresciuti, nonostante tutto e nonostante la crisi. In alcuni anni non abbiamo fatto il vino, perché l’uva non ce lo consentiva.  Così  rispettiamo i nostri  consumatori, sparsi in tutto il mondo. Il 40%-45% della produzione va all’estero: America, Giappone e Nord Europa. Il resto viene consumato in Italia, grazie a una rete di 140 agenti. Nei migliori ristoranti si possono trovare anche vecchie annate che raccontano la nostra storia. Solo un vino vivo riesce a essere longevo. Il messaggio ai consumatori è che scelgano di tornare alla tradizione. La tecnologia è entrata in maniera preponderante nelle cantine, cambiando modo di fare il vino. La tecnologia è un ausilio, ma non bisogna abusarne. Noi produttori abbiamo delle  responsabilità nei confronti dei consumatori; quindi, in primis, dobbiamo rispettare la natura“. 

Link: www.emidiopepe.com