di Michela Pierallini

Bella l’etichetta dell’azienda Monte dei Roari, è sobria ed elegante. Se avessi un vino, probabilmente, lo vestirei nello stesso modo. Vediamo se è vero che l’abito non fa il monaco! Da una bottiglia così mi Torri e_mura_a_Laziseaspetto un vino raffinato e con carattere. La signora Alessia Bertaiola è molto cortese e risponde volentieri al mio “terzo grado” poiché chiedo sempre mille cose. Per cominciare mi traduce la parola “roari”, che nel dialetto locale significa rovere, ed è una pianta molto presente nel bosco di proprietà. La interrompo nuovamente quando mi dice che i vigneti si trovano su terra d’albara, e vengo a sapere che albara è il pioppo, pianta che un tempo popolava quella zona. Chiedo ancora spiegazioni incuriosita dal nome di un vino che leggo sulla brochure. Il nome “Le Tre Rìe” deriva da tre vigneti di Pinot grigio posti su tre terreni diversi tra loro per esposizione, altezza e composizione del suolo. Ne consegue un’epoca sfalsata di maturazione delle uve e caratteristiche organolettiche diverse per ciascun vino che è vinificato in purezza e assemblato a base pronta. In quanto al nome del Passito Bianco, ci arrivo anche da sola, papà Romano è sicuramente di famiglia. Il momento di raccogliere l’uva è deciso dopo un’accurata analisi visiva, sensoriale e anche analitica. La vendemmia si fa a mano e così anche le altre operazioni in vigna. “Ci stiamo convertendo al biologico” mi dice la signora Alessia “ora stiamo lavorando con la lotta integrata ma desideriamo arrivare al biologico per rispetto dell’ambiente e anche delle persone. Abbiamo un bambino piccolo e vogliamo che sia libero di andare in mezzo ai filari senza aver paura di prodotti fitosanitari. Ci piace l’idea che nostro figlio cresca sano in mezzo alla sua campagna”.
Il Bardolino Chiaretto DOC è ottenuto per salasso, seguito da una vinificazione in bianco, delle uve tradizionali Corvina, Rondinella e Molinara. Il colore intenso mi piace e al naso mi conquistano i profumi lievi di spezie e frutti rossi. In bocca è fresco, sapido e persistente. Qualche bottiglia in fresco la terrei volentieri, da bere come aperitivo con due fettine di pane e salame, ma anche a pranzo, con un petto di pollo ai ferri, una frittura di pesciolini o un’insalata di piovra e patate. Mi segno l’indirizzo di quest’azienda per il mio prossimo shopping!
Albino Piona non ha più neanche una goccia di Chiaretto. O ne ha portato poco oppure è piaciuto così tanto che si è sparsa la voce ed è finito. Scelgo comunque di provare il Chiaretto spumante. L’azienda è di dimensioni maggiori rispetto a tante che ho trovato fino ad ora, ma non potrebbe essere diversamente visto che ci lavora un’intera famiglia di tre fratelli, Silvio, Sandro, Massimo e una sorella, Monica, seguiti ancora dall’occhio vigile del padre. Il colore è chiaro e i profumi sono molto delicati e floreali. In bocca è coerente, non eccessivo e rinfrescante. “Stiamo molto attenti alla materia prima, c’è molta cura nel lavoro in vigna, la vendemmia è fatta sia a mano sia a macchina” mi spiega il produttore. “Il vino ogni anno è diverso perché dipende dall’uva, non da quello che facciamo in cantina”. E visto che ci sono, assaggio anche Estro di Piona, lo spumante metodo Charmat del 2010, prodotto con le uve tradizionali del Chiaretto.

Forse sono una mangiona goduriosa ma ogni volta che degusto un vino, ho un richiamo al cibo e mi vengono sempre le voglie! Comunque questo spumante chiama senza dubbio un vassoio di crostacei o un antipasto di pesce misto. Dopo tre mesi di autoclave e una lunga permanenza in bottiglia (ne sto bevendo una delle ultime), nel calice si trovano profumi di spezie, pepe, agrumi e note di pompelmo. In bocca lo zucchero si percepisce appena, eppure c’è, ma è ben bilanciato. Il vino è sapido, leggermente pepato e lievemente speziato. C’è coerenza tra ciò che arriva al naso e ciò che sento in bocca.
Ah bene, sono contenta dei prodotti che ho bevuto. Si avvicina l’ora della partenza e visto che per due giorni ho bevuto Chiaretto, l’ultimo vino voglio che sia rosso, il Bardolino DOC della Cantina di Castelnuovo del Garda sembra fare al caso mio. Bella l’etichetta dal nome Vintage. Lea mi presenta questo vino con grande entusiasmo: “Vintage è prodotto seguendo il vecchio disciplinare perciò – oltre ai vitigni tipici, Corvina veronese, Rondinella e Molinara – c’è anche un piccolo contributo di Sangiovese, che cambia un po’ i profumi, e di Garganega, che spenge un po’ il colore ma esalta la mineralità”.
Se non fosse per la strada di ritorno che mi aspetta, starei ore ad ascoltare Lea mentre parla di questo vino in modo così appassionato e coinvolgente. “Non abbiamo aggiunto lieviti in vinificazione, la fermentazione così è a rischio ma preferiamo lasciare fermentare il mosto con i lieviti indigeni. Certo, che per fare questo, l’uva che entra in cantina deve essere perfetta e senza trattamenti. Ci piace l’idea di mantenere il vino così com’è, infatti, ogni anno è una sorpresa, non sai mai che prodotto viene fuori. Vintage è fatto con uve colte a mano e poste in cassettine. E’ un vino rude, va bene un po’ con tutto, con i primi piatti ma anche con le zuppe di legumi. Il Bardolino è un vino che va bevuto giovane, non va lasciato troppo tempo in cantina ad invecchiare, sarebbe inutile”. A me il vino rude piace perché mi somiglia. Sarà per quella piccola percentuale di Sangiovese che mi scorre nelle vene?
(seconda parte – fine) qui la prima parte
{gallery}bardolino2{/gallery}
www.montedeiroari.com 
www.albinopiona.it 
www.cantinacastelnuovo.com  


 

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

A proposito dell'autore

Sono Michela, cos'altro posso dire? Se volete conoscere qualcosa di me, leggete i miei articoli, tra una riga e l'altra si capiscono molte cose. Scrivo perché ho bisogno di esternare le mie emozioni, di condividere le mie esperienze e di far conoscere le prelibatezze che mi entusiasmano. Sono una consulente di immagine e comunicazione per le aziende del settore enogastronomico. Mi prendo cura di tutto ciò che riguarda il web. In realtà sul web io mi diverto e faccio incontri strepitosi, come quello con Umberto Gambino che mi ospita su wining.it.Studi di agraria ed enologia alle spalle mi aiutano a comprendere la materia, il master in Reiki Usui mi permette di entrare in empatia con l'Anima del mondo. E' così che me la godo. Del vino apprezzo le vibrazioni positive e la storia che racconta, del cibo mi entusiasma il suo percorso, e l'armonia del gusto. Mi piace ridere e dire quello che penso. Ho finito. P.S. L'ho scritto che sono una toscanaccia? Ecco, ora l'ho scritto

Post correlati