di Umberto Gambino

DSC 4683Quello che ti colpisce subito di Barbara è il sorriso: un raggio di sole che ritrovi poi in tutti i suoi vini. E lo comprendi meglio quando lei stessa ti spiega che ha deciso di diventare enologo “perché voleva lavorare in mezzo alle persone e alla natura”. Cordiale? Espansiva? Compagnona? E poi, la ciliegina sulla torta: quell’accento toscano che ammacca le “c” delle iniziali e contagia simpatia a prima vista. Lei è Barbara Tamburini, winemaker fra le più brave e più affermate di quest’ultimo decennio. Bella donna, determinata, dinamica: un vulcano di iniziative che punta sempre in alto (e scoprirete poi perché).
Più che un’intervista-ritratto la nostra è stata una chiacchierata da veri amici. La propongo a voi lettori per farvi capire il personaggio (perché Barbara è un personaggio!).
“Fin da bambina ho sempre amato la vita all’aria aperta. Sono nata a Barga, ma sono cresciuta a Bardalone in provincia di Pistoia, un piccolo paese a oltre 800 metri d’altitudine, con i boschi vicini a casa. Non sono “figlia d’arte”, i miei genitori si occupavano di tutt’altro: mio padre, per esempio, svolgeva l’attività di piccolo imprenditore, ed avendo la passione del volo, aveva conseguito il brevetto di pilota di aerei”.
Ci avrei giurato Barbara …
“Ho una grande passione per il volo fin da quando ero piccola. Il mio primo volo lo feci quando ancora ero nella pancia della mia mamma ed il secondo quando avevo 8 mesi”.

Altro che volare! Tu sei toscana purosangue: il vino dovrebbe scorrerti nelle vene.
“Il contatto con la natura mi ha portato a scegliere la facoltà di agraria presso l’università di Pisa, dove mi sono diplomata prima in Tecnologie Alimentari con orientamento in Viticoltura ed Enologia, e dove successivamente ho conseguito la laurea in Viticoltura ed Enologia. Ho avuto la grande fortuna di innamorarmi di questo meraviglioso mondo che mi ha preso fin da subito. Tu pensa: erano i primi anni novanta ed erano anche i primi anni in cui era nato questo indirizzo universitario: numero chiuso, massimo 15 iscritti e dovetti fare l’esame di ammissione per poter frequentare questo corso! Oggi non esiste più questa restrizione e gli iscritti sono oltre 90 … Sono però molto soddisfatta della mia preparazione tecnico-scientifica perché oltre alla frequenza obbligatoria alle lezioni che avevamo, mattina e pomeriggio, venivamo seguiti quasi come al liceo, e quindi il livello di formazione ritengo sia stato ottimo. Desideravo fortemente diventare enologo e svolgere questa importante attività. Ho studiato molto e ti assicuro che mi piaceva. Ritengo importante porsi degli obiettivi nella vita, così come diffido della ‘tuttologia’ ”.
Com’è stata la tua prima vendemmia?
“Mi sentivo come Alice nel paese delle meraviglie. Anche un po’ privilegiata: potevo svolgere un lavoro impegnativo e allo stesso tempo divertente. Avendo scelto una tesi sperimentale, già dal secondo anno di studi ho svolto il primo tirocinio che mi ha visto impegnata sia in vigna che in cantina. Ricordo la prima vendemmia 1996 presso la Tenuta di Capezzana nella Docg Carmignano alla quale fecero seguito le due successive e, con particolare affetto, rivivo la quarta e ultima vendemmia come tirocinante a Suvereto presso l’azienda Gualdo del Re. Queste vendemmie, prima ancora della laurea, mi hanno fatto prendere coscienza di quanto la pratica, sia in vigna che in cantina, siano complementari alla teoria”.
Hai qualche aneddoto particolare di quelle prime vendemmie?
“Ho un ricordo molto bello del giorno della laurea. C’erano anche Maria Teresa e Nico titolari dell’azienda Gualdo del Re che dopo l’esposizione della tesi mi dissero: “E ora che si fa? Ti si adotta, o ti si assume? Scegli tu”. E’ così che sono diventata l’enologo di questa straordinaria azienda con la quale collaboro tutt’oggi. Siamo insieme quindi dal 1999 con grande soddisfazione reciproca, avendo instaurato un bellissimo rapporto professionale ed umano”.
Nel tuo lavoro ti ispiri a qualcuno in particolare?
“Il mio maestro è stato, ed è, Vittorio Fiore, un professionista di grande esperienza, che nella sua lunga carriera è stato anche direttore generale di Assoenologi . In alcune aziende tutt’ora lavoriamo fianco a fianco”.
Tu sei una libera professionista, una – come si dice oggi – “winemaker”. Quante aziende segui? E come fai a curarle tutte con la dovuta attenzione?
“Ad oggi seguo una quidicina di aziende: la maggior parte si trovano in Toscana, due in Umbria, una in Valtellina. Con tutte ho un rapporto diretto. Le nuove tecnologie, Internet e il mio inseparabile  smartphone mi aiutano molto. Ho sempre con me il Pc portatile. Tuttavia spessissimo mi reco sul campo: faccio il giro di tutte le aziende da me curate almeno una volta al mese, ed in funzione delle dimensioni e dell’estensione delle aziende, le visito anche settimanalmente. A rotazione, le visito tutte. Sotto vendemmia il contatto si intensifica: indispensabile per me è avere continuamente il controllo della situazione, con i dati sullo stato di avanzamento della maturazione delle uve giorno per giorno”.
La domanda sorge spontanea: con tante aziende da seguire, non c’è il rischio di far confusione?
“No. Un professionista non può e non deve correre questo rischio. Come in tutte le attività importanti ci vuole metodo. Sono convinta che l’enologo debba essere un ottimo leader, non senza un buon team con cui interfacciarsi imponendo il gioco di squadra. In ogni azienda che seguo ho un unico referente, sia questo il titolare o il capo cantiniere con cui dialogo costantemente e con il quale  si prendono decisioni in tempi strettissimi. Con lui – o lei – deve esserci la massima fiducia reciproca”.
Non c’è la tendenza, magari inconscia, a spersonalizzare i vini e ricercare qualcosa di astratto o standardizzato?
“Assolutamente no. Professionalmente posso dire che al momento in cui decido di intraprendere la collaborazione con un’azienda, ci sono due fattori fondamentali che devo riscontrare: un buon feeling e la filosofia produttiva. Molto importanti sono anche la conoscenza dell’ambiente per far esprimere ai vini la migliore caratteristica varietale e  la fusione di identità territoriale e aziendale. Tengo molto a precisare che, a conclusione del loro percorso, tutti i vini  da me curati devono avere impressa l’immagine del territorio in cui nascono”.
C’è un vitigno su cui ti piace di più lavorare?
“Non uno in particolare. Sono animata da intensa curiosità professionale. Perciò mi sono cimentata, con il medesimo impegno, sia con gli autoctoni che con gli internazionali, dal Sangiovese al Pinot Nero, dal Merlot al Nebbiolo, dal Vermentino al Pinot Bianco, dal Moscato Passito all’Aleatico … . Tutti vitigni caratterizzati da  potenzialità diverse che vanno valorizzate.
C’è un vino a cui sei particolarmente legata?
Con tutti i vini che curo ho un particolare legame direi quasi affettivo. In particolare, devo confessare però, che ho una preferenza per iI Rennero di Gualdo del Re, un Merlot in purezza della Doc Suvereto, prossima DOCG, che è stato il primo vino che ho realizzato: è un vino che mi ha dato importanti e ripetute soddisfazioni professionali fino all’ultima di un mese fa in cui si è visto assegnare il riconoscimento di 1° Merlot Italiano al concorso Mondo Merlot. Perciò nutro per I’Rennero un particolare affetto”.
C‘è un territorio che ti affascina particolarmente e in cui ti piacerebbe lavorare?
“Di sicuro in Sud America e precisamente in Cile e Argentina. Mi emoziona l’idea di trovarmi in mezzo a vigneti situati oltre i 1700 metri sul livello del mare – a me piace andare in alto, no? – sulle Ande, dove la luce è davvero pura e, quando si guarda il cielo, il suo colore è di un azzurro così intenso che sembra virare verso il blu. Mi intriga parecchio per l’intensità e la tonalità dei colori delle uve prima, e dei vini poi, per le peculiarità aromatiche che ciò comporta, non senza una grande struttura … basti pensare che nonostante l’elevata altitudine, a febbraio durante la fase di maturazione delle uve, di giorno ci sono spesso 35°C e di notte la temperatura scende molto, garantendo così buona vitalità alle piante, ottima sintesi degli zuccheri e garanzia di freschezza aromatica. In  questa terra lavorerei volentieri con i vitigni autoctoni locali, con il Torrontes che è un’uva  a bacca bianca e con il rosso Malbec. Del primo adoro il fascino olfattivo. Del secondo, oltre alle caratteristiche aromatiche, la grande struttura e la morbidezza al palato: si può vendemmiare il Malbec a maturità fenolica raggiunta e quindi con la garanzia di ottenere vini con tannini maturi”.
Com’è il mercato del vino al tempo delle crisi, visto da un enologo?
“Beh, è indubbio: la crisi ha modificato il sistema e anche le destinazioni del vino. Oggi si cerca prima l’export e poi il mercato interno. In più, i ritardi e le difficoltà che alcune aziende hanno nei pagamenti, creano sovente situazioni piuttosto difficili”.
Verso quali tipi di vini si orienterà il mercato del futuro?
“Si punterà a produrre sempre più vini di grande bevibilità non senza l’identità territoriale. Insomma: la bottiglia una volta aperta deve finire. In più si lavorerà privilegiando il massimo rispetto per l’ambiente e il territorio”.
Fra i numerosi riconoscimenti professionali ricevuti da Barbara Tamburini, ne cito due per tutti: i premi Veronelli e Slow Food quale miglior giovane enologo d’Italia che ha ottenuto i migliori risultati con i suoi vini.
Bene! Ora, cara Barbara, ci spieghi bene perché ti piace volare alto? Tu hai una smodata passione per gli aerei, vero?
“Giusto! Il mio obiettivo è quello di ottenere sempre vini di alto profilo e perché no, in linea anche con la mia passione per il volo”.
Cioè?
“Mio padre mi ha trasmesso geneticamente questa passione. Fin dalla giovanissima età avevo il desiderio di volare  sulle Frecce Tricolori e grazie al successo ottenuto nella mia professione … “.
Determinata come sei, ci sei riuscita…
“Non subito, soltanto due anni dopo che avevo seriamente deciso che avrei voluto realizzare questo grande sogno!!!”
Eri emozionatissima, immagino?
“E molto concentrata e presa dal ruolo. Sono stata per cinquanta minuti in volo nei cieli del Friuli, a bordo dell’ MB339 Pony 1 … Una grande soddisfazione personale. La quarta donna italiana e la quinta al mondo ad aver volato sulle Frecce tricolori. Un’emozione indescrivibile”.
E quando sei atterrata?
“Ho organizzato una bellissima degustazione con una selezione di ‘miei’ vini e ho tenuto, ancora vestita con la tuta di volo,  un pomeriggio di lezione di enologia ai piloti della squadra”.
Barbara sorride per l’ennesima volta con la spontaneità da buona toscana che la contraddistingue.
Scommetto che quella data l’hai segnata in rosso sulla tua agenda personale. Che giorno era?
“Certamente: era il 29 ottobre 2004”.
Oggi, giorno di questa intervista, sono trascorsi otto anni esatti: che piacevole coincidenza!
www.barbaratamburini.it

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A proposito dell'autore

Umberto Gambino

Lo scrivo subito, tanto per non generare equivoci: non mi piace improvvisare. Sono sempre uno che dà il massimo in tutti i campi. Prima di tutto adoro il mio lavoro di giornalista: si può dire che sia nato con questa idea fissa. Non ho mai voluto fare altro nella vita. Però di cose ne seguo parecchie contemporaneamente: potrei definirmi un esempio anomalo di uomo "multitasking". Dopo una trentina d'anni da cronista sul campo, sono attualmente caposervizio del Tg2 Rai. Sul versante enologico, sono sommelier Master Class dell'Ais e coordinatore della guida Vinibuoni d'Italia Touring. Si può ben dire che il mondo del vino è il mio ambiente naturale, e non poteva essere altrimenti, in quanto figlio e nipote di viticoltori siciliani. E' anche in loro onore, per ricordare sempre le mie radici, la mia terra natìa, gli odori e i sapori di quando ero bambino, che mi sono inventato - con l'amico webmaster, Maurizio Gabriele - il massimo della "digital creativity": una formula inedita per un web magazine di reportage in stile blog sull'enogastronomia: www.wining.it che state leggendo. In più sono anche un ottimo fotografo. Può bastare?

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