di Michela Pierallini

La Rocca_del_Garda_a_Riva_del_GardaLa Nosiola, sebbene sia stata sottovalutata negli anni, ha tenuto in serbo meravigliose sorprese. Grata ai produttori che l’hanno valorizzata, ha mantenuto le sue caratteristiche nel tempo e non soltanto, in bottiglia si è evoluta, si è arricchita e con caparbietà si è mostrata senza pudore e con orgogliosa personalità. Che degustazione favolosa, nel senso stretto della parola. La mia stima e gratitudine vanno ad Aurora Endrici per aver organizzato un evento che porterò nel cuore per molto tempo. Capita, a volte, con certi film che passano in televisione. Lo guardi per distrarti un po’, ti sembra un film già visto, però quando finisce c’è qualcosa che ti resta dentro, quasi come se i protagonisti fossero usciti dalla porta del soggiorno dove stavano con te fino a un minuto prima. Questa è la sensazione.
Già, dove eravamo rimasti con ArRivaNo i Vignaioli? Ma sì! Lo stomaco manda un messaggio di fame inequivocabile. Parla perfettamente, quando è ora di pranzo, basta un gorgoglio e ci siamo capiti. Lo chef Peter Brunel, stella Michelin, ci aspetta sotto il portico con le sue fantasiose prelibatezze. Un finger food di classe e varietà, un gioco di prestigio delicato e colorato che fa sparire il desiderio di mangiare e fa apparire lo stupore e la curiosità. Fettine di pane fragrante fanno da base per trota e salmerino crudi, per cominciare. Una scatolina cilindrica trasparente nasconde il primo composto di conchiglie nere condite da broccoli, carne salada e olio del Garda. Un pranzo tipico trentino che più tipico non si può. Finti gusci di uova racchiudono una crema deliziosa ma io sono attratta da una serie di bocconcini adagiati su legno, corteccia, forse… E’ il colore che mi chiama, perché è insolito da trovare in cucina. Grigio, come l’argilla alimentare che ricopre la patata sulla quale va aggiunta una strizzatina di mousse di trota direttamente dal tubetto che sta accanto. Si torna un po’ bambini e si gioca. Io chiacchiero e mi distraggo così mi accorgo del riso quando è finito e non mi resta che annusare ciò che è rimasto nel tegame. Muschio e pezzi di legno. Piuttosto insolito, direi, ma quando c’è di mezzo Peter Brunel, la fantasia diventa realtà.

Il dessert scivola giù in un lampo: yogurt con prugna e olio d’oliva. Un mix impensabile eppure buonissimo. In mezzo a tutto questo ci sono delle piccole bustine con popcorn affumicati al ginepro. Inutile dire che li ho spolverati. Certo che c’è anche il vino, non posso mica bere acqua. E’ una Nosiola in veste allegra, gioiosa e briosa: si chiama Arlecchino e la produce Zeni. Chissà per quale alchimia la sento affine: sarà per il suo nome? Quanto mi piace assecondare le mie papille gustative, sono tanto generosa. Sta piovendo e mi dispiace perché è previsto un giro in battello direzione Torbole. Lo facciamo lo stesso ed io riesco a prendere freddo, pioggia e sballottamento tutto insieme in poco tempo. Ben felice di tornare alla Rocca e iniziare le degustazioni sulla terra ferma.

Le emozioni del tasting
Parto dal primo vino sul primo tavolo alla mia sinistra: Codecce 2011 di Stefano Pisoni. Lo stesso Pisoni che durante la degustazione di Nosiola è dovuto scappare via, con ripetute scuse, per accudire la sua cavallina che, scappata dalla stalla la notte precedente, si era infilata nel pollaio e aveva mangiato un sacco di mangime per galline. Una spiegazione che ti fa piombare in un lampo nella realtà agricola e contadina che i vignaioli vivono quotidianamente. La Nosiola qui divide la bottiglia con il sauvignon bianco, lo chardonnay e il goldtraminer, un uvaggio che produce un vino intenso e molto aromatico. Mi solletica l’idea di curiosi abbinamenti.
Maso Furli mi propone il Manzoni bianco 2010, elegante, fine e molto piacevole e il Sauvignon 2010 nel quale trovo la stessa eleganza del primo con i sentori tipici del sauvignon ma in veste sobria e raffinata.
Bellaveder mi versa il Trento Doc 2007, 100% chardonnay, quarantotto mesi sui lieviti. Al naso è netto, deciso e pulito, emergono profumi delicati di frutta gialla, in bocca un’esplosione di gusto che soddisfa senza essere invadente.
Il Muller è prodotto a circa 600 metri di altezza, il luogo ideale per maturare queste uve. Al naso avverto un cespuglio di biancospino in fiore, in bocca è delicatamente aromatico e minerale.

Nosiola e ancora….Nosiola
Non sono un’amante dei vini aromatici, non mi hanno fatto niente e riconosco quando sono vini ben fatti, ma non sono tra i miei preferiti, semplicemente, così come non uso il profumo o il bagnoschiuma floreale. Sono rustica! E’ un dato di fatto, perdonatemi.
La Nosiola 2011 di Luigi Spagnolli, azienda Vilar, è accattivante. Il mosto è separato dalle bucce a “alzata di cappello”, quello è il segnale. Trovo che sia armoniosa e in equilibrio, si rivolge a me serenamente con la sua leggera mineralità. Ma perché non c’è neanche uno stand di pesce crudo? Due scampi me li mangerei volentieri con questa Nosiola. La Nosiola 2010 è stata otto mesi insieme alle sue bucce e si sente l’evoluzione: in bocca è cremosa, intensa e persistente.
La Nosiola 2010 di Castel Noarna è penetrante, cattura la mia attenzione. Anche in questo caso la separazione del mosto avviene per “alzata di cappello” e la fermentazione prosegue per metà in legno e per metà in acciaio. Questa Nosiola parla. Intensa, elegante, con sentori di nocciola e mandorla tipica. In un sorso mi trovo seduta sul tavolo del soggiorno e mentre mamma borbotta in cucina, con lo schiaccianoci spacco i noccioli delle albicocche, smaniosa di mangiarli. Il Sauvignon ricorda l’uva, non ha il classico sentore, è diverso: ricorda il profumo che ti resta sulle mani dopo aver toccato la salvia e in bocca è lievemente vanigliato. E’ difficile raccontarlo, bisognerebbe berlo.
Mi fermo da Cobelli, in seguito al suggerimento di un amico che stimo molto e del quale ho fiducia cieca: sono felice di aver seguito il consiglio di qualcuno, cosa che accade molto di rado. Qui mi arricchisco di storie di vita vissuta e non vissuta ancora. Quel famoso passato, presente e futuro che sembra riescano a diventare un tutt’uno nel vino che sto bevendo. Un babbo che non c’è più; due fratelli, Tiziano e Devis, che intraprendono la via vitivinicola con le idee chiare; dei bambini che sono già contenti di respirare i profumi della cantina. Si parla di famiglia, di amore, di rispetto, di bellezza interiore. No, non sto raccontando una favola! Andate a visitare la cantina e mi darete ragione. Io lo farò. Il Gewurztraminer 2010 si chiama Gess, come il gesso presente nei terreni. E’ una bomba. Caldo, sapido, minerale, molto profumato. In bocca stimola la salivazione, è persistente e l’unica domanda che mi viene spontanea è: “Tu di che segno sei? E tuo fratello?” . C’avrei scommesso! Un sagittario e un ariete: due segni di fuoco che hanno trasmesso a questo vino tutto il loro calore. Probabilmente è una coincidenza. Io, comunque, non credo alle coincidenze.
Dietro al secchiello dei vini di Balter c’è una ragazza giovane, con gli occhi sinceri e un bel sorriso. E’ Clementina Balter che mi versa il Trento Doc brut chardonnay 100%, trentasei mesi sui lieviti.  Lo bevo e sorrido anch’io, allora lo ribevo e sorrido di nuovo. Funziona, meraviglioso, e lo finisco. Disegno quindi due stelline sulla mia moleskine ma non serviranno – mi dico – perché mi ricorderò di questo vino. E’ sicuramente sulle mie corde, non chiedetemi quali, però.

Trento Doc, Traminer e ancora Nosiola
Il Trento Doc brut rosé, 100% pinot nero, 24 mesi sui lieviti, è certamente sulle corde di qualcun altro perché è gentile, morbido, direi abbastanza ruffiano.
Cesconi l’ho preso di mira, in senso buono, si capisce. La Nosiola 2010 conferma il mio piacere nella degustazione di stamattina. Emerge dal calice con un floreale bianco e un agrumato lontano, in bocca si apre con una fresca sapidità. Ti afferra per il braccio e ti fa fare la giravolta, con il vestito a piegoline nero e rosso che si alza e scopre le gambe, ad ogni giro di danza.
Mi soffermo molto al Molino dei Lessi, a parlare di anima, di talenti, di arte e di scelte di vita. Oggi il vino è una scusa per conoscere i produttori e comprendere meglio le loro creazioni. Il vino, appunto. Il vigneto di quest’azienda è il più piccolo di cui abbia sentito parlare finora: è lavorato come se fosse il geranio nel vaso appeso alla finestra di cucina. Terrazzamenti in collina che richiedono lavorazioni esclusivamente manuali. Si parla di permacultura e a fatica, ma con successo, trovo nell’archivio della mia labile memoria qualche reminiscenza scolastica.
Bevo il Due Rubini 2006, 80% cabernet sauvignon e 20% Lagrein. La resa in uva è di circa 1 kg, 1,5 kg per pianta. Questo, infatti, è un concentrato fiabesco, un vino che ti fa chiudere gli occhi, ti veste da principessa, in bianco e oro e ti fa arrivare il principe azzurro che ti porta via sul suo cavallo bianco. Destinazione da decidere: intanto attraversiamo il bosco e poi si vedrà.

Cabernet, Schiava, Teroldego, Marzemino
Il Cabernet Sauvignon in purezza 2001 è ancora più intenso del precedente, per quanto sia possibile, e penso che sia un peccato aver aperto la bottiglia perché con la sua struttura e la sua potenza può benissimo riposare ancora qualche anno e uscire con i capelli brizzolati, che sono sempre una buona arma di seduzione.
Una Schiava, la bevo con gioia, da Francesco Poli. Un vino che mi è sempre piaciuto, che bevo volentieri anche mentre cucino la cena, ascoltando un po’ di jazz. Ha il suo carattere, senza troppe pretese. Andiamo d’accordo. Mi faccio due risate quando Francesco mi chiede: “Vuoi sentire il rosso Massenza rosso?”. Credo di avergli fatto ripetere la frase due o tre volte, finché non mi ha mostrato l’etichetta. Massenza è il nome del vino, preso dal nome del paese. E’ uva Rebo annata 2010. Lo trovo familiare, mi ricorda vagamente qualche nota del cabernet franc, sarà per l’erbaceo. E ‘sulla mia lunghezza d’onda, molto. Certi vini mi fanno desiderare di essere a tavola con le posate in mano e la carne nel piatto. Buon segno! Sono sempre stata dell’opinione che la bottiglia di vino debba finire lì il suo percorso, seduta davanti a me, mentre mangio e bevo con gusto.
Sulla stessa frequenza si mette anche il Teroldego di Zeni, prodotto con uve cresciute e maturate a 800 metri d’altezza. Non porto l’orologio ma credo che sia passata da un bel po’ l’ora di cena perché comincio a sentire strani languorini. Questo vino chiama il fagiano arrosto con la crosticina croccante che mamma cuoceva lentamente nel forno, oppure le quaglie che girano sulle fiamme basse del caminetto. Affermo con certezza di aver fame e metto via la moleskine, la penna, la macchina fotografica e anche la voce, che se n’è andata già da un po’.

L’ultimo vino rosso
che ho deciso di bere prima di lasciare Riva del Garda è il
Marzemino di Eugenio Rosi. Mi aspetta un tenero quadretto disegnato con il colore delle premure di una mamma per la sua bambina. Nonostante l’ora tarda sono lì, la moglie e la figlia di Eugenio, a spiegare questo vino che producono con soddisfazione e fatica. Il sistema di vinificazione mi ricorda il governo toscano, non so se anche in Trentino abbia un nome preciso. E’ un vino che senza dubbio porta la firma del suo autore E’ morbido, rotondo, il calice giusto per terminare in bellezza una giornata che mi ha regalato emozioni incredibili e voglia di comunicare e far conoscere. Le cose buone si condividono con gli altri, che gusto ci sarebbe, altrimenti?

(seconda parte – fine) Puoi leggere qui la prima parte.

Links:

www.vignaiolideltrentino.it
www.zeni.tn.it
www.pisoni.net 
www.masofurli.it 
www.bellaveder.it
www.vilar.it
www.castelnoarna.com 
www.cobelli.it
www.balter.it
www.cesconi.it 
www.molinodeilessi.com
www.distilleriafrancesco.it 
www.pravis.it 
www.idolomitici.com
www.idolomitici.com/aziende/rosi/