di Silvia Parcianello
20170128_091738O lo si ama o lo si odia. L’Amarone non lascia spazio alle incertezze o ai mezzi sentimenti. Se lo si odia si imparerà ad apprezzarlo, a riconoscerne il valore, ma non sarà mai la prima scelta davanti a un grande rosso.

Philippe Daverio, critico d’arte, nel corso del convegno che sabato 28 gennaio ha aperto l’Anteprima Amarone 2013, ha definito il grande rosso veronese affine allo stile barocco, quello stile in cui si cerca “quel troppo che non basta mai”. E’ proprio così l’Amarone: opulento ma con uno stile tutto suo, ridondante nel gusto e nei profumi ma violento, come lo sono i chiaroscuri in un quadro di Caravaggio.

Può piacere o non piacere, si diceva, ma non lascia indifferenti.

A cominciare da una domanda che mi sono posta nel corso di questa Anteprima, la quinta per me, decisamente ben organizzata. Ha senso chiamare Anteprima una manifestazione in cui i produttori presentano l’annata 2013, chi in bottiglia, chi (il 60%) come campione da botte, ma alcuni la metteranno in commercio nel 2020, altri nel 2017, altri hanno invece già venduto tutte le bottiglie? E, in ogni caso, ogni vignaiolo ha portato un’annata vecchia per far assaggiare come potrà essere il vino dopo un adeguato affinamento. Lascio a voi le conclusioni, precisando che si è trattato di un appuntamento molto piacevole.

Si capisce senza tante difficoltà che c’è una difformità nella concezione di questo grande rosso veronese anche tra i produttori. Il disciplinare della Docg stabilisce le linee guida e poi c’è chi preferisce aspettare, chi invece crea un prodotto pronto già a pochi anni dalla vendemmia seppur con grandi potenzialità di invecchiamento.

Per questo motivo sabato ho evitato la degustazione dei campioni alla cieca, esperienza per palati e nasi molto resistenti che avevo sperimentato l’anno scorso. Quest’anno ho preferito parlare con i produttori, capire come hanno vissuto l’annata 2013 e capire, di conseguenza, come potranno evolvere questi campioni. Con la consapevolezza che stiamo parlando di vino e non di coca-cola e quindi il campione 2013 che oggi mi ha regalato determinate impressioni nel 2020 probabilmente me ne darà altre di diverse anche se ancora molto piacevoli.

I dieci assaggi top dell’Amarone 2013

Così il tasting che vi presento non va a singoli campioni ma a produttori, è una diretta conseguenza del mio vissuto di quest’anno all’Anteprima Amarone. Ne ho scelti dieci: quelli che nel complesso mi hanno colpito di più.

Tenuta Chiccheri. Giovane cantina della Val d’Illasi, presenta un campione da barrique per l’annata 2013. Il naso è molto interessante, balsamico e avvolgente. Il palato conferma le note di china e di mirto, in attesa dell’evoluzione necessaria che porterà la marasca tipica del vitigno. Sarà in commercio dal 2019. Assaggio l’Amarone della Valpolicella Docg 2010 “Campo delle Strie” in cui prevale la ciliegia sotto spirito. Per percepirne i sentori possiamo chiudere gli occhi e immaginare un cuneese al rum. Cioccolato, marasca e spezie, nel finale del sorso il tannino è polveroso e chiama uno stracotto di manzo per dare il meglio.

Tenuta Santa Maria Valverde. Piccola azienda situata nell’alta collina di Marano di Valpolicella. Per capire come sarà l’annata 2013 mi viene presentato un Valpolicella in quanto l’Amarone va ancora aspettato e Nicola Campagnola, il titolare, afferma che non vede il senso di portare in assaggio oggi un prodotto che vedrà la luce tra almeno tre anni. Particolare invece l’Amarone della Valpolicella Doc Classico 2009, pulizia estrema al naso e profumi cupi di sottobosco e piccoli frutti rossi. Il sorso è diretto e verticale, i tannini non sono violenti, non asfaltano la lingua, merito dell’appassimento naturale perché i fruttai di quest’azienda sono in altura e quindi non devono affrontare l’umidità portata dalla nebbia. Gran vino, perfetto con un piatto di tagliatelle al cacao con ragù di capriolo.

Tenute Salvaterra. Campione da vasca per l’Amarone Corte Giona 2013, sarà in vendita da maggio 2017. Al naso si sentono confettura di mirtilli e vaniglia in modo nitido, profumi tipici di un prodotto che ha bisogno di affinarsi e legare i profumi all’interno della bottiglia. Il palato è già fine, con tannino piacevole e pulito. Assaggio l’Amarone Classico 2009 e trovo una beva verticale e potente, con aromi di caffè e cacao che prevalgono sui profumi dati dall’appassimento. Vino per grandi piatti di carne. Brasato di cappello del prete nello stesso vino per esempio.

La Giuva. L’Amarone della Valpolicella Docg 2013 è già disponibile sul mercato. Al naso è intenso e fresco di erbe balsamiche. Pepe e cioccolato sullo sfondo. Il sorso conferma la freschezza ma è deciso e persistente, con un finale mandorlato che pulisce perfettamente la bocca. Lo vedrei bene con un plateau di formaggi erborinati. Mi spiace non poter assaggiare un’annata precedente ma l’azienda è nata nel 2011, la produzione è limitatissima e le riserve erano finite. Da tenere in considerazione per gli anni a venire.

Vigneti di Ettore. L’Amarone 2013 è buio, pepe nero e caffè su fondo di frutta scura. Al palato avvolge pur nella sua giovinezza, un vino dalla beva decisa ma molto dinamico e lungo nel finale alla liquirizia. Assaggiando l’Amarone della Valpolicella Classico Docg 2012 invece si trovano fresche note di ciliegia e fiori secchi, con speziatura notevole. Al palato è equilibrato, con freschezza e tannini ammorbiditi dall’appassimento. Un vino rotondo, che accompagnerei volentieri a dei salumi piccanti, spianata calabra e ‘nduja.

Massimago. Colpisce per i profumi floreali, violacciocca e rosa, misti a frutta fresca, fragole e mirtilli, l’Amarone della Valpolicella Docg 2013. Molto fresco e femminile, come se Camilla Rossi Chauvenet, titolare dell’azienda, ci avesse messo lo zampino. Assaggiandolo si tasta la forza di questo vino, fresco e dinamico con un tannino già ben levigato. Caffè e vaniglia lunghi nel finale. Sarà disponibile dal 2018 e certamente vorrà accanto a sé un piatto più strutturato o dei formaggi dal gusto deciso ma in questo momento lo proverei con un veronesissimo risotto col tastasal.

Valentina Cubi. Il campione di botte di Amarone della Valpolicella Docg del 2013 sa di mora e fiori freschi. Il colore nel bicchiere è scarico e la signora Valentina mi spiega che dipende dal fatto che si abbassa la temperatura di fermentazione al fine di avere dei profumi più fioriti e fruttati. Il tannino è già fine e il sorso è rotondo e concentrato, a preannunciare grandi cose dal 2018, quando sarà messo in commercio. Mi versa un calice di Amarone della Valpolicella Doc 2003 “Morar”. Granato allo stato puro, al naso travolge con profumi orientaleggianti, spezie e datteri, prugna disidratata e china. Il sorso conferma enorme potenza ed eleganza. Cinghiale al ginepro.

La Collina dei Ciliegi 2013 L’Amarone. Nomen omen: questo Amarone profuma davvero ciliegie scure e pepe nero: sensazioni ben amalgamante da note già più evolute come tabacco dolce, cuoio, cioccolato fondente. In bocca è meno rotondo e morbido del previsto, molto piacevole, fine e austero. La punta alcolica c’è, ma anche i tannini fini. Avvolge e seduce con garbo. Ideale con una bella polenta al gulasch.

Secondo Marco 2013 classico. Si apre intenso con la sua nota smaltata, iodata, terrosa, di macchia mediterranea, intessuta su uno sfondo balsamico e di amarena in confettura. Il sorso fluisce polposo, concentrato, vivace, avvolgente. Forse il migliore di tutti i 2013 anche se sarà in commercio nel maggio 2019. Risulta molto in linea con lo stile Amarone puro, anche se al naso sembra più nuovo e originale. In ogni caso è lo stile personalissimo di Marco Speri che risalta e convince. Da meditazione pura.

Zymè. Il campione 2013 prelevato dalla botte sembra già evoluto, con sentori di spezie, cuoio e tabacco e sorso profondo con finale alla liquirizia,  e uscirà nel 2020. Da ragazzina avrei detto cresci bene che ritorno. Poi è tutto un programma. Celestino Gaspari, enologo e deus ex machina di Zymè, mi versa un calice di Amarone della Valpolicella Doc 2009. I profumi sono ben amalgamati, ciliegia e piccoli frutti rossi sotto spirito, di estrema pulizia. Il sorso all’inizio è setoso, poi diventa pungente di freschezza, accattivante, una sensazione simile a un pugno con un guanto di velluto. Davvero notevole. A darmi il colpo di grazia arriva però l’Amarone Classico della Valpolicella Riserva 2006 “La Mattonara”. La sensazione di pulizia è ancora più marcata, si sentono prugne disidratate, marasca sotto spirito, vaniglia es erbe aromatiche. In bocca non è facile descriverlo, è molto emozionante, pieno, vellutato e complesso. Da aprire in presenza di divinità e di formaggi stagionati.

Vorrei finire qui perché già mi sono dilungata parecchio, ma d’altra parte l’abbiamo detto che l’Amarone è ridondante, opulento e barocco, non liquidabile con pochi aggettivi. Mi permetto solo di segnalare che per ognuno di questi vini ho indicato un piatto in abbinamento per cui suggerirei bonariamente di piantarla con la storia che l’Amarone non si va d’accordo con il cibo. Certo, non ci troviamo davanti al vino più duttile che ci sia in commercio ma se abbiamo voglia di sapori ed emozioni forti noi Italiani abbiamo l’assortimento di sapori più ampio al mondo, come non trovare qualcosa di adatto? Che poi un calice di Amarone dia un sacco di piacere anche da solo è un dato di fatto, la scommessa è quella di goderne mentre si pasteggia.

E se proprio volete assaporarlo in purezza provate ad accostarlo a un cioccolato extra fondente di qualità. Mi racconterete.

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