California, Australia, Sud Africa, Nuova Zelanda, Austria e Italia: questi i paesi che si sono messi a confronto a Verona in occasione del primo Sustainable Winegrowing Summit (SWS), il convegno internazionale dedicato alla sostenibilità organizzato dal Consorzio per la Tutela dei Vini Valpolicella. Con la conduzione del giornalista Maurizio Belpietro, relatori d’eccellenza hanno discusso dello stato dell’arte della sostenibilità nei principali vigneti mondiali a partire da quello della Valpolicella grazie al prezioso contributo di Olga Bussinello, direttore del Consorzio. Insieme a lei, Willi Klinger (Austrian Wine Marketing Board), Steve Lohr (California Sustainable Winegrowing Alliance), Beth Vukmanic Lopez (SIP Certified), James Hook (McLaren Vale Grape Wine & Tourism Association) e Stephanie L. Bolton (Lodi Sustainable Winegrowing Commission) hanno descritto certificazioni, evidenziato problematiche e posto nuove sfide.

“Il futuro del vino è sostenibile – afferma Olga Bussinello – questo è il terzo anno che in Valpolicella adottiamo il protocollo RRR-Riduci, Risparmia, Rispetta, un patto nel rispetto del benessere del territorio, inteso non solo in senso ambientale ma anche delle persone che ci lavorano. Ad oggi sono coinvolte 114 imprese per un totale di 915 ettari, ma il nostro obiettivo è ottenere la certificazione del 60% dell’intera superficie vitata della più grande doc italiana”.

Centrali anche gli aspetti economici, a cui è stata dedicata la seconda parte della giornata con la moderazione del giornalista Mario Puliero. “La sostenibilità in vigna e in cantina non rappresenta solo un valore etico ma una leva di mercato: sono molti gli indicatori che dimostrano come l’aspetto eco-responsabile sia sempre più apprezzato nel mondo, a partire dalle nuove generazioni di consumatori. Millennials in primis” dice il presidente del Consorzio, Andrea Sartori. Questa visione vale anche per i mercati internazionali, dove l’Amarone vanta una crescita in valore del 10% nel 2017, con il 68% dei volumi complessivi di produzione esportati. Luce verde su tutti i principali mercati di destinazione: Germania +30% (che con quasi ¼ delle vendite rappresenta il principale sbocco per l’Amarone), Usa +10%, Svizzera e Regno Unito +5%. Tra gli sbocchi secondari è inoltre alto il gradimento nei mercati asiatici, con Cina e Giappone che crescono del 15%.
“L’atteggiamento del mondo è cambiato – sottolinea l’austriaco Willi Klinger  – . Si stanno implementando diverse misure per rispondere ad una nuova necessità, non solo etica ma anche e soprattutto di mercato: per esempio, in Scandinavia è impossibile vendere vini di qualità senza un argomento ecologico. Tutti i produttori devono porsi la domanda: come faccio a produrre vino dando centralità alla sostenibilità e al rispetto per la natura? Oggi, è il mercato che lo chiede”.

E i dati lo confermano: secondo un’indagine effettuata qualche mese fa da Nomisma-Wine Monitor su un campione di millennials statunitensi e italiani, ‘sostenibilità’ e ‘bio’ sono infatti le parole chiave dei futuri consumi per quasi la metà degli intervistati. Nel dettaglio, i ‘vini sostenibili’ sono indicati dai millennials americani in testa ai nuovi trend di consumo nel 29% dei casi, seguiti dagli ‘autoctoni’ (17%) e dai ‘vini biologici’ (15%). Più o meno lo stesso giudizio espresso dai pari età italiani: tra questi il 26% sceglie i vini sostenibili e il 18% i biologici. Non solo giovani, il minor impatto ambientale è apprezzato anche dalle altre generazioni. Se infatti il vigneto bio del Belpaese ha visto crescere nel 2016 le proprie esportazioni del 40% (+30% il mercato interno), il 43% dei consumatori Usa ritiene che il vino sostenibile sia di qualità mediamente più elevata, (per il 3% è invece più bassa) con la metà del campione disposto a spendere dal 10 al 20% in più per le etichette realizzate con il minimo uso di pesticidi e fertilizzanti (88%), di acqua (85%), nel rispetto dell’ecosistema e della biodiversità (83%). 

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