di Marilena Barbera
alberobello-07 Questa dei tetti a punta è sicuramente una fissa dell’uomo primitivo: dai tepee dei nativi americani alle pagode ai tucul ai tumuli etruschi, per finire (perché no?) alle piramidi, forme variamente coniche, ora morbide ora svettanti delineano da eoni di tempo il profilo di case e tombe e templi consacrati.
Forme che richiamano fertilità e abbondanze di seni femminili, oppure tensione all’immortalità, al mondo di poi, chi può dirlo.

Sta che ce n’è ad
Alberobello di forme coniche, erte di scandole e calce viva, che punteggiano le contrade assolate e occhieggiano tra i muretti a secco e il grano maturo. E ce n’è ancora di più, aggrappate alle due ripe contrapposte di Aia Nuova e Monti, due quartieri, due volti della stessa anima.


Percorri senza fretta i campi gialli di spighe e rossi di papaveri e azzurri di cielo, dove
i trulli – solo lì – sono veri: palle, coni, stelle, coppe ed altri oscuri simboli magici conchiudono i vertici pietrosi dei tetti in un equilibrio sbilenco e miracoloso, luoghi dove solo il frinire incessante delle cicale e qualche rado latrato interrompono il corso dei pensieri nella quiete maestosa delle aie ai margini del bosco. I trulli di campagna, solitari custodi del tempo, silenziosi ma non abbandonati. Lo vedi dalla cura con cui le scaglie di sasso vengono assestate, semmai una dovesse sdrucciolare via, con un poco di malta. Poca però, che non offenda lo sguardo.

Così, e già così sarebbe abbastanza. Ma se ne vuoi ancora, prova a salire su per l’Aia dai giardini della villa, su per i vicoli che si srotolano fra i trulli di città. Lindi, ordinati, frammezzati da cortili orlati di cascate di gelsomini e roseti in fiore. Molti chiusi, molti in vendita, ché non dev’esser facile vivere il quotidiano sfuggendo l’occhio indiscreto di chi, venuto da fuori, ogni giorno ti ferma per strada a fotografarti la casa.

Solo così mi spiego i trulli souvenir. Esposti senza ritegno, addobbati di cartoline e ninnoli e carabattole variopinte che paiono pugliesi ma parlano mandarino stretto, a scroccare due euro di emozione ai turisti in infradito. E comunque, orgogliosamente sopravvissuti, anche loro, alla stretta inesorabile delle antenne paraboliche e dei tetti piani di abitazioni politicamente corrette che irrimediabilmente li assediano, qualche metro più in là.

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A proposito dell'autore

Marilena Barbera

Da bambina sognavo la carriera diplomatica, ma dopo la Laurea in diritto internazionale a Firenze ed un Master tributario a Verona il richiamo della mia Sicilia è stato più forte, tanto da riportarmi a casa dopo quindici anni di studio e di lavoro. Tornata a Menfi, mi sono tuffata a capofitto nell'azienda vinicola della mia famiglia, occupandomi inizialmente delle vendite e del marketing sia in Italia che, soprattutto, all'estero, riuscendo così ad assecondare la mia grande passione per i viaggi e per le culture lontane. Stando in cantina a tempo pieno mi sono poi perdutamente innamorata del vino: dapprima in punta di piedi, negli ultimi anni con sempre maggiore dedizione. Fare il vino, metterci le mani la testa e il cuore mi ha permesso di scoprire una dimensione che è fatta soprattutto di sperimentazione, nella ricerca di una sintesi tra la splendida natura che mi circonda e la mia aspirazione a interpretarne l'essenza.

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