di Germana Grasso
Ho riflettuto a lungo prima di scrivere queste righe per il blog di un amico, poiché ho dovuto raccogliere idee, sensazioni e sentimenti prima di mettere nero su bianco. Quando si nasce in una famiglia che si ccupa Antonio Grassodi ristorazione da oltre cento anni, è difficile distinguere l’attività commerciale dalla famiglia: la storia dell’attività è la storia della famiglia e viceversa. Così ho deciso di seguire il libero flusso dei ricordi.
Il prossimo ottobre il ristorante pizzeria Gorizia di via Albino Albini a Napoli, gestito da mio padre Antonio e fondato da mio nonno Salvatore, compirà cinquant’anni. E come normalmente si dice che il cinquantesimo anno di età sia per una persona momento di bilancio, immagino sia così anche per un’attività. Ma il mio bilancio si misura in ricordi. Non solo miei, ma di mio padre e dei miei nonni. Si misura in tempo e passione, in sacrifici e soddisfazioni, nel raccogliere il passato con lungimiranza, nel confronto continuo con chi ti ha preceduto, cercando di fare sempre del proprio meglio.
Mio nonno, il più anziano pizzaiolo di Napoli (ormai in pensione, considerata la venerabile età di 95 anni), ha iniziato da ragazzino a fare la gavetta nel locale di suo padre (sede ancora esistente ed attiva in via Bernini a Napoli). Una vita segnata da lavoro duro, quando la pasta delle pizze si impastava coi pugni e ci restavi invischiato fino al gomito, quando le pizze erano solo margherita, marinara e calzone fritto o al forno.
Lo scoppio della Seconda guerra mondiale sconvolse le carte sul tavolo della Storia e della vita di tanti giovani e delle loro famiglie. Mio nonno fu chiamato alle armi: prima la campagna in Albania, poi al seguito della Divisione Acqui, stanziata a Cefalonia in Grecia. Era lì, l’8 settembre 1943,  quando il re firmò l’armistizio ed i tedeschi da alleati divennero nemici. Ciò che accadde a Cefalonia in quei giorni ha ancora poco spazio sui manuali di Storia: la Divisione Acqui fu distrutta, gli ufficiali ed il generale Antonio Gandin furono fucilati alla Casetta Rossa. Mio nonno Salvatore racconta che i prigionieri furono stivati in navi-carretta, che una volta preso il largo, erano bombardate dalla costa. Scampò miracolosamente a due affondamenti. Aveva 26 anni quando fu chiuso nel primo di vari campi di concentramento in Germania. Alla fine della guerra rientrò a Napoli con mezzi di fortuna. Tornò a lavorare con suo padre e nel 1962 decise di aprire un locale tutto suo, sulla stessa collina che si affaccia sull’acqua del golfo.
Ho sempre avuto la sensazione che la guerra sia stata solo una parentesi nella vita di mio nonno:  continuo ad ammirare la forza d’anima che lo ha aiutato a superare le atrocità viste e subite. Penso che quella forza lo abbia sostenuto nel ricominciare a vivere, a gettarsi alle spalle la guerra una volta tornato a casa. Assorbito da lavoro e famiglia, ha ricostruito sulla semplicità, un principio di altri tempi che dovrebbe essere riscoperto.

Quando da bambina uscivo da scuola ed andavo al ristorante di famiglia, ricordo che ognuno aveva la sua postazione: mio nonno al bancone delle pizze; mia nonna con la sorella e la cognata in cucina a preparare montagne di verdure tra chiacchiere femminili su figli, nipoti, ricette e faccende di casa; mio padre, in sala fin da ragazzino a contatto con la clientela, affinava l’arte della conversazione.
A mezzogiorno mio padre allestiva un banchetto su cui adagiava pizze margherite piegate a portafoglio e pagnottielli caldi imbottiti di verdure, formaggi e salumi per appagare la fame degli studenti del liceo di fronte. I ragazzi correvano a frotte ed ancora oggi sono tanti coloro che ritornano ciclicamente a gustare una pizza o un piatto tipico della cucina napoletana, ricordando gli anni del liceo. Mio nonno dice che ha cresciuto a pizze generazioni di napoletani. Penso sia vero se quando, appoggiandosi al bastone, lentamente si avvia verso il locale, per strada la gente lo ferma per chiedergli: “Don Salvatò, come state?”, decantando la sua abilità nel calibrare gli ingredienti, poiché sa quanta sapienza e passione c’è dietro alla genuinità. Ormai per lui è un sacrificio salire sul bancone delle pizze, ma se qualcuno insiste, lui si mette il grembiule ed inizia a maneggiare i panetti come un giovane. Allora in dialetto, dice: “Ti faccio provare un’opera d’arte!”.
Pizzeria Gorizia 1962 di via Albino Albini, 18/20 -80127 Napoli – tel. 081 5604642; 340 3057248 
link: www.pizzeriagorizia.it/