di Umberto Gambino
viola-2Luigi Viola ha insegnato alle giovani generazioni per 35 anni. Poi è andato in pensione. 
In fondo, però, ha sempre avuto due passioni: natura e agricoltura. Così, da autentico  uomo di cultura, ha studiato e si è informato sulla storia antica del suo paese: Saracena, 4500 abitanti a Sud del Parco Nazionale del Pollino, immensa area naturale a cavallo fra Basilicata e Calabria. Leggendo e scavando fra libri, carte e documenti, ha scoperto che proprio nel suo paese si produceva uno straordinario vino dolce richiesto fin dal XVI secolo sulla tavola dei pontefici: il cardinal Sirleto ne faceva imbarcare casse intere dal porto di Scalea per il papa Pio IV. A poco più di mezzo millennio, il Moscato di Saracena è riemerso dall’oblio, scampando a quasi certa estinzione. Dall’anno 2000, Luigi Viola e altri sei produttori hanno riportato in auge questo nettare storico e antico, oggi esotico, affascinante, nobile e moderno al tempo stesso. Assolutamente tipico. Tanto che Slow Food ne ha fatto uno dei pochi presidi enoici sparsi per l’Italia.
Un vino che si stava perdendo e che da una dozzina d’anni si può dire pienamente recuperato, grazie al professor Luigi – che ha ripreso a coltivarlo in soli due ettari – e a un manipolo di coraggiosi vignaioli “saracenari” (si chiamano così gli abitanti di Saracena). Sono stato invitato a visitare il borgo due weekend or sono. Prelevato alla stazione di Paola dall’amico Giovanni Gagliardi (www.vinocalabrese.it ), saracenaro doc, nonché “uomo che conosce tutti ed è conosciuto da tutti in tutto il Pollino”, dopo aver lasciato la Salerno-Reggio Calabria, ci siamo arrampicati in auto per la tortuosa provinciale che da Castrovillari si inerpica per 12 chilometri e 36 tornanti (3 curve al chilometro: contate!) fino all’antico borgo di questo paese, appollaiato su un colle alto 650 metri: Saracena, fondata dai greci antichi e poi colonizzata dagli arabi (chiamati  appunto “saraceni” da queste parti).

Sono venuto quassù perché volevo conoscere da vicino gli uomini (e le donne) che hanno rifatto grande il Moscato di Saracena. Ma anche per altri motivi più o meno istituzionali di cui parlerò in un altro servizio.
La mattina di domenica, quando mezzo paese è in piazza dopo la messa, Giovanni mi presenta Luigi Viola e due dei tre figli (Alessandro e Claudio), il terzo Roberto “studia al Nord”, mi dicono. Con noi anche Linda Nano, collega della guida Vinibuoni d’Italia. Pochi passi per le stradine che si addentrano verso il centro e siamo in via Roma, all’ingresso della cantina. Entriamo tutti e, dopo aver fotografato i due torchi, siamo nella piccola saletta degustazione. Il nostro pensiero è quello di assaggiare il Moscato Passito di Saracena. Bottiglie e calici sono lì, pronte, sul tavolo. Sembra quasi che ci sorridano.
Chiedo a Luigi e al figlio Alessandro come nasce questo vino. “Nasce solo qui, nel nostro territorio – racconta il professore – dalla vinificazione particolare dei diversi vitigni autoctoni del posto. Il più importante è il Moscato o Moscatello che si coltiva esclusivamente da noi. Non è simile ad altri tipi di moscati conosciuti come quello di Amburgo o l’altro di Alessandria. Le altre uve sono la Guarnaccia e la Malvasia Bianca. Altri produttori aggiungono in minima parte un altro vitigno: l’Odoacra”.

Quando vendemmiate le uve?
“Il Moscato si raccoglie nel mese di settembre, le altre in ottobre” dice Luigi Viola. “I grappoli di Moscato sono fatti appassire in cantina: un ambiente asciutto, chiuso e arieggiato. Si appendono i grappoli uno ad uno per circa tre settimane finché appassiscono. Gli acini disidratati vengono poi selezionati (eliminando quelli con muffe o difettosi) e schiacciati singolarmente ottenendo il mosto in cui si ritrovano  concentrati zuccheri e aromi. Si procede diversamente con le uve Guarnaccia e Malvasia Bianca: dopo una pigiatura soffice il mosto viene concentrato per bollitura in contenitori d’acciaio fino a ridursi ad un terzo della quantità originale. Il procedimento dura per diverse ore. Nel frattempo si innalza il grado alcolico e zuccherino. E’ questa la fase più delicata di tutta la produzione. Ottenuto il mosto concentrato, lo si fa raffreddare lasciandolo per un po’ di tempo in botte”.
E poi che succede? Unificate il mosto passito e quello cotto?
“Certamente – spiega Alessandro Viola – il mosto passito di Moscato viene gettato nell’altro  mosto – quello cotto – precedentemente bollito. A questo punto parte una fermentazione lentissima di circa due settimane. Seguono poi 6 mesi di contatto con le bucce all’interno della botte e una fase di affinamento in acciaio del vino ottenuto. Infine l’imbottigliamento. Questo metodo di vinificazione è sempre lo stesso dal 1500”.
I cenni storici confermano i quarti di nobiltà di questo nettare: nel suo “Old Calabria” lo descriveva con toni entusiasti lo scrittore inglese Norman Douglas (1915): “Molto vicino sorge il prospero paese di Saracena, famoso fin dai secoli passati per il suo Moscato. Lo si ottiene dall’uva portata dai saraceni da Maskat”. L’altro scrittore inglese George Gissing (1901) su “By the Ionian Sea” fra i ricordi dei suoi viaggi in Calabria citava “come cosa pienamente degna dell’antica Sibari, un vino bianco, gradevole al palato, chiamato moscato di Saracena”. In effetti, i letterati d’oltremanica hanno dimostrato fiuto e lungimiranza appuntandosi il nome di questo vino. Concordo pienamente: perché è realmente un nettare difficile da dimenticare. Noi lo abbiamo assaggiato, di nuovo, ben volentieri, su invito di papà Viola e figli.
Nel calice, l’annata 2010 del Moscato Passito di Saracena, la stessa che ha partecipato alle selezioni per i “Vinibuoni d’Italia”. Un vino davvero da “non perdere”. Nel bicchiere è un bel giallo ambrato. Esprime un ventaglio di aromi ampi e cangianti, man mano che il vino si muove nel bicchiere: dai fichi bianchi ai datteri, dal miele agli agrumi canditi, pesca gialla matura e una nota iodata, quasi marina. Al palato è decisamente dolce, mai stucchevole, pieno, elegante, fresco, equilibrato, di buona persistenza. Un nettare degli dei, dalla “Magna Grecia” in chiave Saracena. Un vino moderno che trasuda antica gloria.
Ho degustato in anteprima l’annata 2011 (non ancora pronta) che ho trovato potenzialmente più elegante nei profumi, più morbida e fresca rispetto al bicchiere 2010. Secondo il mio gusto personale questo è uno dei migliori passiti del Sud.

Il Moscato era l’unico vino prodotto da questa cantina fino al 2010. Da quell’anno si imbottiglia anche un Magliocco coltivato su tre ettari di vigneto interamente da agricoltura biologica.

Cantine Luigi Viola
Via Roma, 18- 87010 Saracena (CS)
Produzione: 8.000 bottiglie da 0.5 litri, ettari vitati: 2 più altri 3 da agricoltura biologica
Vitigni coltivati: Moscato di Saracena, Guarnaccia, Malvasia Bianca, Magliocco
www.cantineviola.it
www.vinibuoni.it 


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A proposito dell'autore

Umberto Gambino

Lo scrivo subito, tanto per non generare equivoci: non mi piace improvvisare. Sono sempre uno che dà il massimo in tutti i campi. Prima di tutto adoro il mio lavoro di giornalista: si può dire che sia nato con questa idea fissa. Non ho mai voluto fare altro nella vita. Però di cose ne seguo parecchie contemporaneamente: potrei definirmi un esempio anomalo di uomo "multitasking". Dopo una trentina d'anni da cronista sul campo, sono attualmente caposervizio del Tg2 Rai. Sul versante enologico, sono sommelier Master Class dell'Ais e coordinatore della guida Vinibuoni d'Italia Touring. Si può ben dire che il mondo del vino è il mio ambiente naturale, e non poteva essere altrimenti, in quanto figlio e nipote di viticoltori siciliani. E' anche in loro onore, per ricordare sempre le mie radici, la mia terra natìa, gli odori e i sapori di quando ero bambino, che mi sono inventato - con l'amico webmaster, Maurizio Gabriele - il massimo della "digital creativity": una formula inedita per un web magazine di reportage in stile blog sull'enogastronomia: www.wining.it che state leggendo. In più sono anche un ottimo fotografo. Può bastare?

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