di Silvia Parcianello
Per capire bene qual è il bello del mondo del vino e di ciò che ci gira attorno bisogna senza dubbio passare un paio di giorni a Piacenza, l’ultimo fine settimana di novembre, per il Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti, il Mercato Fivi per gli amici.
Siamo ormai alla settima edizione e i numeri sono stati enormi. 501 espositori, più di 15.000 visitatori (!). Evito di riportare ciò che ho pensato quando ho visto il parcheggio della Fiera di Piacenza completamente tappezzato di auto quando sono arrivata. Ma va bene così: c’è chi ha definito il Mercato Fivi la più bella manifestazione sul vino e non credo abbia torto.

Ma cosa c’è di così bello? E chi sono questi Vignaioli Indipendenti?
Chiariamo innanzitutto cos’è la Fivi, ovvero la Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti. Nata per rappresentare la figura del viticoltore di fronte alle istituzioni, perché è vero che in vigna e in cantina il più delle volte le decisioni vengono prese autonomamente ma è solo facendo fronte comune che, al bisogno, si può avere voce in capitolo davanti alle istituzioni. Non ci troviamo di fronte a burocrati, ma a viticoltori; il presidente della Fivi è una donna, minuta, energica ed entusiasta, Matilde Poggi, e la sua azienda, Le Fraghe, produce Rodon, uno dei migliori rosati del Garda che ci sia in circolazione.

Il Vignaiolo Fivi segue la vigna, rispetta il vigneto, segue la cantina, diffonde la cultura del proprio territorio e del proprio prodotto, vende il proprio vino e ricava piacere da tutto ciò, oltre che, ovviamente, reddito per poter vivere e continuare a faticare e a divertirsi. Il tutto in autonomia, salvo confrontarsi con i propri colleghi di tutta Italia.

Sembra una favoletta ma davvero è così. Tanto più che a Piacenza la disposizione dei 501 banchetti non era suddivisa per territorio: era invece casuale, in modo che un vignaiolo delle colline di Asolo potesse confrontarsi con un collega, per esempio, del Chianti. Diabolico per il visitatore abituato a muoversi per territorio ma utilissimo per i produttori. Divertentissimo per i visitatori curiosi… è un po’ come quando si va a Venezia senza un preciso obiettivo e si vaga senza meta, lasciandosi sorprendere da ciò che si incontra. Non so se la data prescelta per questa grande festa sia stata pensata o frutto del caso ma dare, un mese prima delle feste, la possibilità al consumatore di conoscere, assaggiare e comprare al dettaglio degli ottimi vini sembra particolarmente azzeccata.

Capita così di uscire dalla fiera armati di carrello stracolmo,  che neanche al centro commerciale l’antivigilia di Natale. Inoltre il carrello è colmo di vini che ci sono stati proposti e raccontati, accompagnati da una risata, un aneddoto o una fetta di sopressa. 
C’è un clima molto easy al Fivi. Ammetto che sono andata a caso nella selezione dei banchetti da visitare. Che cosa mi è piaciuto, oltre all’atmosfera?

Certamente Ella, uva turbiana in purezza, di Ancilla Lugana, fresco e dal sapore erbaceo che subito mi ha provocato voglia di fare ravioli ripieni di ricotta e limone. Poi un grandissimo Sauvignon da Messnerhof, tipico, dritto e nervoso, foglia di pomodoro al naso e frutta fragrante al sorso. Dello stesso vignaiolo un grande anche il Gewurztraminer, al naso ricorda una rosa al limone, al palato un’esplosione di frutta tropicale sostenuta dalla freschezza.

A proposito di freschezza, doveroso un salto da Cieck che mi ha proposto una carrellata di tre spumanti metodo classico ricavati da Erbaluce: un non dosato, un brut e un brut con parte delle uve che hanno fatto una breve permanenza sul legno. Fantastico il San Giorgio, fresco e armonico. Non paga di Erbaluce cambio zona e da San Giorgio Canavese passo a Piverone, a ridosso della Valle d’Aosta. Stesso vitigno ma diverso territorio, oltre che diverse interpretazioni.

Vorrei comprare una bottiglia di “sfigato” 2014, Erbaluce fermo, ma Camillo Favaro con un sorriso mi dice che è finito e che quella che ho assaggiato era l’ultima bottiglia. Aveva un sapore curiosissimo di erba e timo limone, già ci vedevo un risotto con erbe spontanee. Mi sono dovuta consolare con Sole d’Inverno, Caluso Passito, acidità sferzante in un mare di dolcezza. Avevo appena acquistato Alladium di Cieck, Erbaluce passito anch’esso, note ossidative a go go. Due facce dello stesso vitigno, il giorno e la notte, grandi vini.

Il carrello comincia a riempirsi. Da Pietraventosa assaggio il rosato Estrosa che Marianna Annio mi consegna per un servizio fai da te. Mi porto via Ossimoro, mix di Aglianico e Primitivo, intrigante e avvolgente, frutta rossa e cioccolato a go go.

Parlando di altri grandi rossi non si può dimenticare il Refosco in purezza di Lis Fadis, Colli Orientali del Friuli. Monica Savio lo descrive con lo stesso affetto con cui parla dei suoi gatti. E’ un 2012, scalpitante come un puledro, ha bisogno di tempo per esprimersi al meglio ma già impressiona la pienezza del sorso, caldo e speziato seppur nervoso.

Poi capita di avere fame e di dirigersi verso gli stand di street food. Sulla strada intravediamo l’albero delle sopresse di Bele Casel, un treppiede a cui Luca Ferraro ha appeso alcune sopresse, abbinamento principe del Prosecco Colfondo. A parte che Luca conferma di essere geniale nel marketing del proprio vino bisogna ammettere che una fetta di sopressa  con un calice di Asolo Prosecco Colfondo spazza via tutta la stanchezza.

Siamo agli sgoccioli, il Mercato sta per chiudere ma non è mai troppo tardi per conoscere un nuovo piacevolissimo metodo classico rosato dell’Oltrepò Pavese: Torre degli alberi Cruasè, eleganza e pulizia, profumi di fragolina di bosco e crosta di pane, sorso piacevolmente acido e succoso.
Che dire ancora… cari amici Fivi, bene, bravi, bis! Ci si vede l’anno prossimo.

 

www.fivi.it 

 

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A proposito dell'autore

Silvia Parcianello

Silvia Parcianello Trevigiana, capelli rossi e lentiggini, anticonformista per natura, appassionata di cultura. Nei vigneti con i nonni prima di andare a scuola, Sommelier Fisar dal 2010, Docente e Degustatore Ufficiale, collaboratrice Slow Wine. Dal 2012 aiuto a selezionare ristoratori appassionati da inserire nella guida “Ristoranti Che Passione”. Una laurea in giurisprudenza per darmi rigore, una mente curiosa per tenermi viva, in ogni cosa cerco piacere ed emozione. Cibo e vino sono per me cultura, sentimento, nutrimento, passione. Amo i sapori decisi, le grandi acidità e le grandi dolcezze, i piatti tradizionali con pochi artifici, i prodotti di stagione e che esprimono identità del territorio. Si racconta che cucini piuttosto bene, ma solo per chi amo . Se sento il bisogno di nutrire una persona invitandola a cena significa che mi è entrata nel cuore. Nell’era del web e dei social resto legata alle sensazioni, che spero di riuscire a trasmettere con foto e scritti. Perché per me la gioia più grande è emozionare.

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